Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post

martedì 18 novembre 2014

Come cambia il mondo del lavoro

Venerdì 21 novembre alle ore 21:00 parliamo di lavoro con il manager Roberto Camagni e Matteo Bianchi dell'Assemblea Nazionale PD.


lunedì 29 settembre 2014

La Direzione PD sul Jobs Act

Ecco l’ordine del giorno sul Jobs Act approvato dalla Direzione Nazionale del Pd con 130 voti favorevoli, 20 contrari e 11 astenuti:
Approvando la relazione del Segretario, il Partito Democratico non può perdere questa occasione per realizzare un mercato del lavoro che estenda i diritti e le tutele a quei lavoratori che oggi non li possiedono e dove nessuno sia più abbandonato al proprio destino.
Intendiamo raggiungere questo obiettivo con una riforma di sistema che estenda i diritti nel rapporto di lavoro a chi oggi non ne ha di adeguati e universalizzi le tutele nella disoccupazione; aumenti la produttività favorendo la mobilità dei lavoratori verso impieghi che migliorino il loro reddito e le loro prospettive, senza scaricare solo su di loro i costi di questo aggiustamento.
Per questo sosteniamo il Governo a guida del Partito Democratico a mettere immediatamente in campo strumenti coerenti con questi obiettivi.
1. Una rete più estesa di ammortizzatori sociali rivolta in particolare ai lavoratori precari, con una garanzia del reddito per i disoccupati proporzionale alla loro anzianità contributiva e con chiare regole di condizionalità attraverso un conferimento di risorse aggiuntive a partire dal 2015.
2. Una riduzione delle forme contrattuali, a partire dall’unicum italiano dei co.co.pro., favorendo la centralità del contratto di lavoro a tempo indeterminato con tutele crescenti, nella salvaguardia dei veri rapporti di collaborazione dettati da esigenze dei lavoratori o dalla natura della loro attività professionale.
3. Servizi per l’impiego volti all’interesse nazionale invece che alle consorterie territoriali, integrando operatori pubblici, privati e del terzo settore all’interno di regole chiare e incentivanti per tutti.
4. Una disciplina per i licenziamenti economici che sostituisca l’incertezza e la discrezionalità di un procedimento giudiziario con la chiarezza di un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità, abolendo la possibilità del reintegro. Il diritto al reintegro viene mantenuto per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare, previa qualificazione specifica della fattispecie.
Video degli interventi di apertura e di chiusura di Matteo Renzi in Direzione Nazionale»

Il Jobs Act è il disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro, nella versione approvata dalla Commissione Lavoro del Senato (scheda in PDF).
Il disegno di legge si pone l'obiettivo di realizzare riforme di grande portata innovativa, attraverso l'esercizio di apposite deleghe conferite al Governo, quali:
1) il riordino della disciplina degli ammortizzatori sociali;
2) la riforma dei servizi per il lavoro e delle politiche attive;
3) il completamento del processo di semplificazione delle procedure e degli adempimenti in materia di lavoro;
4) il riordino delle forme contrattuali attualmente vigenti in materia di lavoro;
5) il rafforzamento delle misure di sostegno alla maternità e alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.
Scheda esplicativa del Jobs Act con le norme approvate nella Commissione Lavoro del Senato (file PDF)»

Intervento in Senato di Franco Mirabelli durante la discussione sul Jobs Act» (Video dell'intervento»)

Per fare chiarezza e approfondire ulteriormente l'argomento, segnaliamo anche la "nota in materia di licenziamenti" a cura del Gruppo PD del Senato (file PDF)»

Analisi del Sole 24 Ore: «Jobs Act», obiettivo estendere le tutele di 12 milioni di lavoratori»

domenica 21 settembre 2014

Sul Jobs Act

Riflessione del senatore Franco Mirabelli


Credo che i toni che sta assumendo la discussione sulla legge delega sul lavoro dentro e fuori il PD non aiutino a capire di cosa si sta discutendo e, soprattutto, rischino di dare una rappresentazione della riforma e dei suoi obbiettivi lontana dalle reali volontà, più volte affermate dal governo e riportate nel testo della norma in discussione.
Quindi, innanzitutto va sgombrato il campo da equivoci e vanno ricostruiti i reali obbiettivi che la legge si propone.
Primo: Non si tolgono tutele a chi le ha. I nove milioni di lavoratori che hanno un contratto a tempo indeterminato non saranno toccati dalla riforma, chi parla di riduzione delle tutele per chi lavora dice una cosa non vera e chi racconta di un tentativo di omogeneizzare al ribasso i diritti dei lavoratori retrocedendoli tutti in serie C fa propaganda; l'art.18 e il diritto al reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa non verrà meno per i contratti in essere.
Secondo: Al contrario l'obiettivo è estendere le tutele a chi non ne ha, ai nove milioni di lavoratori con contratti precari. La legge delega riforma gli ammortizzatori sociali estendendo a tutti i lavoratori precari l'accesso al reddito garantito dall'Aspi per chi perde lavoro.
L'allargamento della platea dei tutelati sarà finanziata in parte dalle aziende e in parte da finanziamenti pubblici e, per questo, già nella prossima Legge di Stabilità saranno stanziati un miliardo e mezzo di euro. Oltre a ciò saranno estesi i diritti sulla maternità a tutti i contratti.
Terzo: La legge delega prevede la riduzione a poche unità dei contratti di lavoro e la scelta del contratto a tempo indeterminato come contratto prevalente da incentivare. Si tratta di costruire una normativa in cui non esistono contratti più convenienti degli altri dal punto di vista del costo per le aziende se non i contratti a tempo indeterminato.
Con il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti si può raggiungere questo obbiettivo. In questo modo si riduce la precarietà e si dànno più certezze e più stabilità a lavoratori e aziende, mettendo i primi nella condizione di stare più a lungo in azienda con la prospettiva di poterci restare e le seconde in una situazione in cui potrà avere incentivi e più certezze per programmare futuro e investimenti.

Cose importanti, quindi, e che tutti abbiamo interesse a valorizzare perché definiscono il senso di una riforma necessaria per il Paese. Non c'è solo questo: c'è anche la delega per riformare i servizi che devono far incontrare domanda e offerta di lavoro, si interviene anche sui tempi di vita, ma la riforma sta soprattutto in queste cose, qui si interviene concretamente su precarietà e su chi il lavoro non c'è l'ha.

Certo, ci sono questioni che richiedono ancora approfondimenti. Ma serve una discussione sul merito. Non servono divisioni caricaturali, non c'è una divisione tra chi difende e chi vuole liquidare tutele e diritti, anzi.
Serve discutere del merito e alcune scelte non sono definite né lo saranno nella delega ma il senso di marcia e gli obbiettivi sono chiari.
Il confronto deve partire dai dati di realtà, dalla necessità di invertire una situazione per cui oggi solo il 16% dei nuovi assunti sono assunti con contratto a tempo indeterminato, dalla constatazione che in questi anni ci sono stati centinaia di migliaia di licenziamenti nonostante l'art.18. Certo, non può essere messo in discussione l'obbligo di reintegro per i lavoratori licenziati per motivi discriminatori e non lo sarà. Bisognerà discutere - questo è il nodo - nel contratto a tutele crescenti, su quali strumenti di tutela dai licenziamenti senza giusta causa saranno introdotti e se sarà previsto il reintegro o no. Dopo l'approvazione della delega ci sarà tempo e modo per affrontare questa questione.
Ma, al di là delle discussioni aperte, non dobbiamo perdere di vista il valore complessivo della riforma, di una idea di mercato di lavoro che vuole aggredire i nodi delle diseguaglianze e della esclusione dalle tutele. Il Jobs act è una straordinaria occasione che non possiamo perdere, descrive una riforma necessaria per il Paese ma, soprattutto, serve per dare diritti e tutele a chi oggi non ne ha.

sabato 20 settembre 2014

In merito alla discussione sul Jobs Act

Segnaliamo alcuni articoli suggeriti da Vitto Tediosi sul tema del lavoro e della discussione in atto in questi giorni:

Jobs Act, l’emendamento del governo
Il testo votato dalla commissione Lavoro di Palazzo Madama che prevede, tra l’altro, anche il contratto a tutele crescenti per i nuovi assunti
Ecco di seguito l’emendamento 4.1000 al ddl di delega al governo (S1.428) per la formulazione del decreto sul lavoro, il cosiddetto «Jobs Act». 
Il testo presentato dal governo è stato approvato dalla commissione Lavoro del Senato. L’esecutivo, secondo quanto indicato nell’emendamento, dovrà elaborare entro sei mesi il decreto legislativo che prevede, tra l’altro, il contratto a tutele crescenti per i nuovi assunti, lo strumento che di fatto supera le tutele previste dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori 
«Art. 4. – (Delega al Governo in materia di riordino delle forme contrattuali e dell’attività ispettiva).
–Allo scopo di rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione, nonché di riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo e di rendere più efficiente l’attività ispettiva, il Governo è delegato ad adottare, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, entro il termine di sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi, di cui uno recante un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro, nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi, in coerenza con la regolazione comunitaria e le convenzioni internazionali:
a) individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione delle medesime tipologie contrattuali;
b) previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio;
c) revisione della disciplina delle mansioni, contemperando l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento;
d) revisione della disciplina dei controlli a distanza, tenendo conto dell’evoluzione tecnologica e contemperando le esigenze produttive ed organizzative dell’impresa con la tutela della dignità e della riservatezza del lavoratore;
e) introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, nonché nei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale, previa consultazione delle parti sociali comparativamente più rappresentative sul piano sociale;
f) previsione della possibilità di estendere il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio per le attività lavorative discontinue e occasionali, in tutti i settori produttivi, attraverso la elevazione dei limiti di reddito attualmente previsti e assicurando la piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati;
g) abrogazione di tutte le disposizioni che disciplinano le singole forme contrattuali, incompatibili con le disposizioni del testo organico semplificato, al fine di eliminare duplicazioni normative e difficoltà interpretative e applicative;
h) razionalizzazione e semplificazione dell’attività ispettiva, attraverso misure di coordinamento ovvero attraverso l’istituzione, ai sensi dell’articolo 8 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, di una Agenzia unica per le ispezioni del lavoro, tramite l’integrazione in un’unica struttura dei servizi ispettivi del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, dell’INPS e dell’INAIL, prevedendo strumenti e forme di coordinamento con i servizi ispettivi delle ASL e delle ARPA.».


(cliccare sull'immagine per ingrandire)


L'articolo 18 e il marketing politico - di Ilvo Diamanti (La Repubblica, 23 settembre 2014).

Il disegno di legge sul lavoro, approvato, nei giorni scorsi, in Commissione al Senato, rispetta una priorità del governo. Ma l’ipotesi di superare l’articolo 18, in particolare, risponde a un obiettivo politico — prima ancora che economico — di Matteo Renzi. Costruire il suo partito. Post- ideologico e post-berlusconiano. Il post-partito di Renzi. Il PPR oppure il PdR. Che vada oltre il Pd. Il dibattito sull’art. 18, infatti, ha ri-evocato e ri-sollevato antichi steccati. Fra la sinistra e il resto del mondo. Anche se l’art. 18, nella realtà, ormai, è poco utilizzato. Gran parte delle vertenze aziendali aperte su questa base si conclude con un accordo fra le parti. Senza considerare che il segno di questa norma è, quantomeno, ambiguo e ambivalente. Perché esclude ampi settori del mercato del lavoro. Peraltro, i più deboli: gli occupati delle piccole imprese, i precari e gli intermittenti. I giovani.
Non a caso, nel 2003 venne promosso un referendum per superarne i limiti. Per iniziativa di gruppi e soggetti di sinistra. Tuttavia, il valore dell’articolo 18 è ad alto contenuto simbolico. Costituisce, infatti, una sorta di bandiera della Legge 300. Lo Statuto dei lavoratori. Per questo ogni tentativo di metterci mano, non importa in che modo e a quale titolo, suscita tante reazioni. Com’è avvenuto, puntualmente, anche in questa occasione. Proprio per questo Renzi ha deciso di intervenire sull’art. 18. Proprio in questo momento. Al di là dell’efficacia e del contenuto del provvedimento. Perché è utile, funzionale a marcare confini e limiti del “suo” partito. Contro i nemici interni ed esterni.
Penso, peraltro, che egli non abbia in mente di riprodurre l’esperimento di Tony Blair, come molti hanno osservato. Non gli interessa, cioè, costruire un NewPd, più lib che lab. Ma andare “oltre” il Pd e il suo tradizionale bacino elettorale di Centro-Sinistra. Un po’ com’è avvenuto alle recenti elezioni europee, quando il “suo” Pd ha conquistato quasi il 41% dei voti. Quattro su dieci: “orientati al leader”. Circa il 17%, sul totale dei votanti, cioè, ha votato per Renzi piuttosto che in base all’appartenenza al partito (indagine post-elettorale Demos- LaPolis, luglio 2014). E ciò gli ha permesso di sconfinare rispetto ai territori di caccia della sinistra. Non a caso, è risultato primo partito praticamente dovunque, in Italia (con le sole eccezioni di Sondrio, Isernia e Bolzano). Ma soprattutto, ha sfondato nelle province del Nord e nel Nord Est. Dunque, fra i lavoratori autonomi: artigiani e commercianti, tradizionalmente attratti dai forzaleghisti (per echeggiare, una volta di più, Edmondo Berselli). Oltre che fra le componenti sociali popolari: operai e disoccupati. Che alle politiche del 2013 avevano privilegiato il M5s. Renzi, dunque, ha rotto il muro anticomunista. E quello della protesta (anti) politica. Per questo il suo consenso personale, all’indomani delle europee, si è allargato, ben oltre il livello, molto ampio, del voto. Ha raggiunto, cioè, il 74%. Mentre la fiducia nel governo ha sfiorato il 70%. Cioè, oltre il 90% fra gli elettori del Pd, ma tra il 55% e il 60% anche nella base dei partiti di Destra: Fi, Lega e Fdi.
Oggi, però, le cose sembrano cambiate. Dopo l’estate, infatti, il consenso nei confronti del governo e del premier ha subito un brusco e sensibile arretramento (Atlante Politico di Demos, settembre 2014). Superiore a 10 punti. Così, Renzi appare ancora forte, nel Paese. Ma soprattutto nel centrosinistra. Fra gli elettori del Pd resta vicino al 90%. Ma crolla (soprattutto) a destra: nella base di Fi e degli altri partiti di centrodestra (20-30 punti in meno). Oltre che fra gli elettori del M5s (dal 36% a 20%).
Allo stesso tempo, nelle stime di voto, il Pd resta saldamente attestato al 41%. In altri termini, come abbiamo sostenuto nei giorni scorsi, Matteo Renzi oggi appare leader indiscusso del Pd. E del Centro-sinistra. E qui è il problema. Perché, oggi, per la prima volta, dopo molto tempo, fatica a intercettare i consensi di destra. E, sul piano sociale, il voto dei ceti medi del Nord. Che cominciano a mostrare impazienza, in attesa delle riforme promesse. Mentre deve fare i conti con le resistenze di un Parlamento eletto “prima” del suo avvento alla guida del partito e del governo. In particolare, deve affrontare le trappole disseminate dal Pd, ma anche da Fi, come si sta verificando di fronte all’elezione dei due nuovi giudici della Corte Costituzionale. D’altronde, il progetto del PdR si rivolge anche a Fi. È questo il significato del dialogo aperto con Berlusconi. A Renzi non interessa negoziare o federare Fi. Ma svuotarla. Com’è avvenuto con i Centristi e l’Ncd (fra i suggeritori del provvedimento). E ciò spiega le tensioni interne ai parlamentari di Fi, quando si tratta di votare insieme al Pd, come se si appartenesse a un unico soggetto politico. Appunto… Così, per Renzi, l’articolo 18 diventa un’occasione, anzi: l’occasione, per superare le divisioni interne al PdR. Per costringere alla ragione il Pd — e i dissidenti. Per riaprire la comunicazione con la Destra. E soprattutto con gli elettori di Fi. E con le componenti sociali della piccola impresa e del lavoro autonomo del Nord. I forza-renziani (come li ha chiamati Fabio Bordignon). In modo da “isolare” il dissenso dei parlamentari di Fi.
Così Renzi insiste — e insisterà ancora — su argomenti ad alto tasso simbolico, relativi al lavoro e, probabilmente, domani, all’etica (come le unioni civili tra omosessuali). Ma accentuerà ancora la connessione fra comunicazione e politica. Fra governo e linguaggio. Marcando le differenze fra sé e gli altri “politici”. Fra sé e le “burocrazie”. Non solo della pubblica amministrazione, ma anche del Sindacato e di Confindustria. In attesa di potersi, davvero, misurare con gli altri, in nuove elezioni. Quando, come ora, si presenterà più antipolitico di Grillo, più berlusconiano di Berlusconi, più “diretto”, nel rapporto con il “popolo”, rispetto ai leader del suo e degli altri partiti.
Il vero problema, per Renzi, è che, per arrivare al voto con una nuova legge elettorale e con risultati da rivendicare, deve passare attraverso questo Parlamento, misurarsi con questi partiti. Con questi leader. Che, di certo, non si faranno rottamare senza resistere. D’altronde, per agire in Parlamento e per correre alle elezioni, serve un partito. Ma il PdR, per ora, è un partito che non c’è. Certo: ha un volto, uno stile. Un linguaggio. Ma per vincere, per affermarsi: non basta.


Quali tutele? E quanto crescenti? - Tito Boeri e Pietro Garibaldi (da lavoce.info)
È ancora molto lunga la strada della legge delega di riforma del mercato del lavoro. Ma è bene che sin d’ora si discuta nel merito di ciò che ci sarà nei provvedimenti di attuazione, anche in rapporto ai provvedimenti già varati dal Governo Renzi. Iniziamo dal contratto a tutele crescenti.
LA LEGGE DELEGA
L’approvazione dell’articolo 4 della legge delega in commissione al Senato ha messo la riforma del lavoro al centro dell’agenda di Governo. La legge delega, nella versione votata dalla commissione, rappresenta un importante passo in avanti per riformare il mercato del lavoro italiano.
La necessità di risolvere il dualismo nel mercato del lavoro è ben nota ai lettori di questo sito. Con l’emendamento presentato la scorsa settimana, il Governo ha ora aperto la strada ad almeno due importanti riforme “a costo zero”: il contratto a tutele crescenti e il salario minimo. La legge delega riguarda anche altri aspetti dei rapporti di lavoro (tra cui il cosiddetto demansionamento e i controlli a distanza) mentre ha alcune importanti omissioni (quali la rappresentanza dei sindacati e il rapporto fra i diversi livelli di contrattazione). Trattandosi di una legge delega, il testo si limita a enunciare principi generali senza entrare nei dettagli della riforma. Sappiamo bene che nella legislazione del lavoro questi dettagli sono fondamentali.
Per parlare di vera e propria riforma dovremo perciò aspettare 1) l’approvazione del testo finale in aula al Senato e poi in commissione e aula alla Camera; 2) il successivo licenziamento dei decreti delegati da parte del ministro del Lavoro. Bene comunque che sin d’ora si discuta nel merito di ciò che ci sarà nei provvedimenti di attuazione della legge delega in rapporto anche ai provvedimenti in materia di lavoro varati nei mesi passati dal Governo Renzi. Cominceremo dal contratto a tutele crescenti per poi occuparci di salario minimo e di contrattazione.
IL CONTRATTO A TUTELE CRESCENTI…
Il testo di legge delega fa riferimento a un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti per i nuovi assunti. Si tratta di un principio e un’idea su cui ci siamo personalmente impegnati su questo sito da quasi dieci anni (si vedano “Il testo unico del contratto unico“, “Tutti i vantaggi del contratto unico” ed il libro “Un Nuovo contratto per tutti“, edizioni Chiare Lettere). Occorre però essere molto attenti ai dettagli. Il testo non specifica ancora in alcun modo di quali tutele si parli e di come le stesse tutele varieranno con l’anzianità di servizio. Alcuni esponenti della maggioranza (appartenenti per lo più al Ncd) sostengono che il nuovo contratto contemplerà il reintegro soltanto per il licenziamento discriminatorio ed escluderà il reintegro in caso di licenziamento per motivi economici, sostituito completamente da un indennizzo monetario. Il Partito democratico sembra invece spaccato al suo interno tra coloro che auspicano che il nuovo contratto mantenga, a una certa anzianità di servizio, anche la reintegrazione del lavoratore in caso di licenziamento senza giusta causa e coloro che sostengono che il nuovo contratto non debba considerare la cosiddetta “reintegra” o “tutela reale” oggi offerta dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ai dipendenti a tempo indeterminato di imprese con più di 15 addetti, fatto salvo il caso di licenziamento discriminatorio.
…IL CONTRATTO UNICO DI INSERIMENTO
La nostra personale posizione è riassunta nel disegno di legge sottoscritto dal senatore Paolo Nerozzi (e altri cento senatori) nel 2010 e poi presentato anche alla Camera da Pier Paolo Baretta. Il disegno di legge istituisce il “contratto unico di inserimento”. Si tratta di un contratto a tempo indeterminato fin dalla sua stipula con tutele crescenti. Il contratto prevede due fasi che si succedono automaticamente a tre anni dalla stipula, senza alcun atto amministrativo o conversione.
La fase di inserimento – che nella nostra proposta dura tre anni – e la fase di stabilità. Nella fase di inserimento, il reintegro è concepito soltanto per il licenziamento discriminatorio, mentre il licenziamento economico è consentito dietro un indennizzo pari a cinque giorni lavorativi ogni mese di anzianità aziendale, raggiungendo così sei mesi di salario dopo tre anni di anzianità. Nella fase di stabilità vige la normativa vigente, inclusa la reintegra nelle imprese con più di 15 dipendenti.
Riteniamo fondamentale che la fase di inserimento non sia inferiore a tre anni e che preveda un congruo indennizzo. L’errore più grande che si può commettere è quello di considerare la fase di inserimento come una semplice estensione del periodo di prova. In quel caso, il lavoratore potrebbe essere licenziato senza alcun indennizzo. Al tempo stesso, riteniamo che la fase di inserimento possa anche essere estesa oltre i tre anni, con un progressivo aumento dell’indennità da corrispondere al lavoratore in caso di interruzione per motivi economici. Ad esempio, si potrebbe arrivare a una fase di inserimento di sei anni con un indennizzo che arriva al termine di questo periodo a un anno di salario. Siamo profondamente convinti che dopo un periodo di inserimento sufficientemente lungo, le imprese troverebbero comunque poco conveniente interrompere un contratto di lavoro con un lavoratore ormai formato, per di più dovendogli corrispondere un anno di salario. Le imprese vivono per massimizzare profitti e il proprio valore, non per licenziare i loro dipendenti.
E LA COERENZA CON IL DECRETO POLETTI?
Al di là dei dettagli legislativi che il Governo vorrà dare al contratto a tutele crescenti, occorre ricordare che la nuova normativa dovrà, per essere efficace, risultare coerente con i provvedimenti già in vigore. Il Governo a maggio ha liberalizzato i contratti a tempo determinato rendendoli una specie di periodo di prova di tre anni. Si consentono, infatti, fino a cinque rinnovi nell’arco di tre anni senza che le imprese debbano specificare le cause di tali proroghe in un contratto che continua a essere a tempo determinato.
Qualora il contratto a tutele crescenti diventasse legge, sarà perciò necessario rimettere mano a questo primo provvedimento del Governo Renzi, rendendo meno flessibile l’utilizzo, protratto nel corso del tempo, dei contratti a tempo determinato. Non possiamo immaginare un giovane che viene prima assunto per un totale di tre anni a termine con cinque contratti che durano sei mesi ciascuno e che poi debba iniziare un nuovo rapporto di lavoro con il contratto a tutele crescenti. Un mercato del lavoro di questo tipo sarebbe davvero di serie B.
È evidente che, con il contratto a tutele crescenti, il contratto a termine può avere senso soltanto dietro specifiche circostanze (lavori stagionali, imprese a termine o grandi eventi come l’Expo). In circostanze normali, si deve entrare nel mercato del lavoro subito con il contratto a tutele crescenti e non con il contratto a tempo determinato.
LA FALSA STRADA DEGLI INCENTIVI FISCALI
Non è possibile pensare di rimediare alle conseguenze del decreto Poletti limitandosi a incentivare fiscalmente il contratto a tutele crescenti. Un’operazione di questo tipo innanzitutto trasformerebbe una riforma a costo zero – fattibile indipendentemente dalla Legge di stabilità che il Governo si appresta a varare – in una potenzialmente molto costosa (senza contare un’eventuale riforma degli stessi ammortizzatori sociali). Questo indebolirebbe la credibilità stessa dell’operazione. Un datore di lavoro prima di assumere con un contratto a tempo indeterminato si chiederebbe: quanto durerà l’incentivo fiscale? In secondo luogo, gli studi che hanno valutato gli incentivi fiscali alla conversione di contratti temporanei hanno generalmente trovato che queste misure si rivelano uno spreco dei soldi dei contribuenti senza apparenti incrementi della quota di contratti a tempo indeterminato. Il fatto è che per rendere davvero vantaggioso un contratto a tempo indeterminato quando i contratti temporanei sono comunque un lungo periodo di prova, gli incentivi fiscali devono essere molto forti.
È opportuno, invece, imporre minimi retributivi (più che vincoli di natura amministrativa che appesantiscono i controlli burocratici) al lavoro parasubordinato e contributi sociali più alti per i contratti a tempo determinato, tenendo conto del fatto che questi lavoratori hanno un rischio più alto di rimanere senza lavoro ed è giusto che l’impresa che utilizza queste tipologie contrattuali si faccia carico più delle altre dei costi dei sussidi di disoccupazione. Anche i minimi retributivi e contributi più alti sono previsti nel disegno di legge Nerozzi. Si noti che non sostituiscono affatto il salario minimo, che copre tutti i lavoratori, indipendentemente dal loro contratto. Ma su questi aspetti torneremo prossimamente.



(cliccare sull'immagine per ingrandire)


venerdì 19 settembre 2014

A proposito di Lavoro

Vi segnaliamo il commento di Francesco Bizzotto in materia di lavoro.

Lavoro: ok Renzi. Perchè "il rischio di non fare è maggiore di quello di fare male" (Draghi).
Cosa manca? Al solito: le Politiche attive. Pare non le voglia nessuno.
In particolare: non lasciamo solo chi è in difficoltà (sussidio e aiuto a formarsi, cercare e trovare...).
A chi competono? Qui casca l'asino: le Politiche attive competono all'80% alle realtà locali. Che dormono.
Oggi Bersani dice: Quanti soldi mette Renzi sugli ammortizzatori sociali? Dico a Bersani: di soldi ce n'è anche troppi. Nel pubblico (che perde!) e nel privato (che guadagna!). Cosa manca?
Manca la Politica. Si spreca, si fanno cose che non servono (si drena denaro) e c'è un indirizzo unilaterale, sbagliato: ad esempio, nelle Agenzie pubbliche non c'è rapporto con le aziende. E il privato? Serve le aziende big.
C'è altro? Sì. Manca il nuovo: Politiche attive in positivo, fatte prima della crisi aziendale o di relazione; Politiche attive per la Mobilità, per la Dinamica che serve al mercato com'è adesso (vedi Dario Di Vico il 19 settembre scorso sul Corriere: i Piccoli, i Professionisti, le micro imprese avanzano; sono il futuro; teniamoli presente).
Io dico: la Mobilità come possibilità, chances di cambiare e crescere, è l'unica speranza per far uscire Giovani e Donne dal precariato. E solo se questi escono dal precariato le imprese creano, innovano, hanno futuro. Dobbiamo farlo (la Politica) nonostante le imprese.
Questi Giovani e Donne dipendenti - con i Piccoli di Di Vico - sono i protagonisti delle nostre migliori aziende (e io li vedo partner, non fornitori precari). Senza questa eccellenza umana e professionale (invidiata nel mondo, 1° fattore di attrazione di investimenti) il nostro Paese non va da nessuna parte.
Se vanno in piazza, io sono con loro. Anzi. Li invito a farlo, come gli Scozzesi!! Se non lotti, non ti rispettano.
Nota triste. Perchè quindi non si fanno le Politiche attive positive, anticipatrici e fautrici di Mobilità sociale?
Perchè le grandi imprese e i sindacati temono il libero Mercato del Lavoro. Temono i lavoratori. La vecchia cultura d'impresa (individualista) per le solite ragioni. I sindacati perchè, con la Mobilità, la loro prevalente cultura (organizzativa, aziendale, delle tessere) diventa ferro vecchio. Tessere relazioni sociali, di territorio, è altra cosa.
Con il che è dimostrato che dichiararsi liberali non basta proprio. Anzi, è un alibi. Qual è il punto?
Sei per il lbero mercato (per la scelta personale, di rete sociale, responsabile... che io chiamo Rischio) o no?


A queste considerazioni un vecchio amico mi risponde: non hai detto cosa pensi dell'art.18; altre volte hai detto che la Germania investe sulle Politiche attive 10 volte più di noi. Dunque? Rispondo, e mi scuso se su certi tasti batto e ribatto...
1° L'art. 18 (essere rimesso al lavoro da un Giudice, contro il "datore", dopo averci litigato e averlo portato in Tribunale) è roba da disperati. E' una conquista socialista, riformista (che conserva valore se c'è discriminazione) che oggi deve trovare il suo senso positivo in modi nuovi. Penso che questi problemi si devono anticipare, mediare e risolvere sul Territorio. Badiamo alla sostanza (il reddito, il lavoro, la dignità, l'impresa), anzichè al "posto". La nostra società può e deve garantire a tutti un reddito abbinato a strumenti di orientamento, formazione e ricerca / incontro con domande di lavoro. E lo deve fare non in azienda (la grande mamma che non c'è più) ma nel Territorio (la reale e grande impresa - rete). Una novità con un potenziale grandissimo, se gestita. Se il centro garante è il Territorio, l'imprenditore si riprende in toto la libertà di scegliere i collaboratori e di licenziare, e altrettanto può fare il "lavoratore". Udite l'incredibile! Il lavoratore (dipendente o che ha saputo farsi autonomo) inizia a scegliere l'imprenditore con cui collaborare. Magari si organizza e cerca (come dice Ichino) l'investitore (vale anche al Sud!). Il mondo si ribalta un'altra volta. Purchè... ci sia sul Territorio un'Istituzione che dell'impresa - rete si fa carico. Carico di cosa? Accogliere e ricollocare i licenziati, come propongono i nostri esperti di diritto del lavoro? No, non basta. Significherebbe sancire come norma la precarietà e fare da salvagente; vivere in negativo quella che è una possibilità. Le Istituzioni preposte (pubbliche e partecipate da tutti gli interessati) possono anticipare i problemi e favorire le libere scelte reciproche e le giuste relazioni: un nuovo con-correre.
Ora, è chiaro che il silenzio e le prudenze dei capitani d'impresa sull'art. 18 esprimono un timore: "E' meglio avere 3.000 reintegre che 3 milioni di rompiscatole (giovani) che vengono in azienda, mi pesano e se ne vanno!" Questo pensano. Ma, per le imprese (le loro, le nostre imprese) cosa è meglio? Cosa cambierebbe se i lavoratori potessero muoversi e misurarsi, osare e rischiare? La produttività e il senso del fare impresa andrebbero alle stelle.
Se si sostiene questa dinamica - la Mobilità, il vero Mercato, il dialogo tra Offerta e Domanda di lavoro - la disoccupazione scende del 20%, la precarietà diventa temporanea (con i Mini Jobs) e l'art. 18 un ferro vecchio.
Infatti, nella mia visione, l'art. 18 non è da togliere ma da rendere inutile. Da lasciar cadere. Poi ci sono i Mercati...
2° Le risorse. E' vero. Noi investiamo poco sulle politiche attive. Ci son soldi? Mettiamoceli. Ma forse li abbiamo messi per fare altro (controllare, elargire, gonfiare, lamentare). Forse è tempo di cambiare loro destinazione: anzichè dati amministrativi e autoreferenzialità, le strutture pubbliche del caso devono convertirsi a servire i cittadini. E quel che è meravigioso è che nelle strutture da convertire (a Milano) ci sono, con le competenze, anche grandi sensibilità sociali e politiche. Capiscono benissimo (checchè ne pensino Pietro Ichino e Tito Boeri). Cosa manca? Al solito: il coraggio, la determinazione della decisione Politica.
Art. 18 (gesso in azienda) o Istituzione anticipatrice (nel Territorio)? Discutiamone apertamente!
E si facciano due test (uno a Milano, dove le strutture ci sono). Perchè in punta di ragionamento non ne usciamo.

martedì 29 aprile 2014

Lavoro, scavare nei giacimenti milanesi

Articolo di Francesco Bizzotto (ex Presidente Afol Nord Milano, nostro iscritto del Network Assicuratori) pubblicato da Arcipelago Milano.


Renzi apre sul lavoro: favorisce iniziative, attrae investimenti. Non lasciamolo solo. Ha detto: la via delle rigidità e delle chiusure ha fallito. Cambiamo.
Elementare, per chi ama la cultura industriale o di massa. “La sua legge è quella del mercato” diceva Edgar Morin in Lo spirito del tempo (1962). Porta a “ridimensionare la cultura alta”. Se la tua offerta non convince, se non vendi, o la cambi o chiudi. Ma, è proprio il libero mercato il nodo non sciolto. Nel lavoro non c’è, perché non ci sono condizioni di reciproca scelta. Mancano Istituzioni per le Politiche attive, che favoriscano la mobilità e rendano dinamico il mercato. In Europa siamo ultimi, e arretriamo. Così diamo spazio alla malattia anti mercato – l’antagonismo – che non considera le differenze e il conflitto come aspetti necessari, vitali della realtà.
Per fare cosa, chiediamolo ai 26enni milanesi Vincenzo Di Salvo e Filippo Malavasi, che hanno creato “B 2 Bevents”, network di incontro e dialogo, conoscenza e reciproca scelta tra imprese e professionisti con vocazione dipendente o autonoma. Ne parla il Corriere della Sera del 18 marzo.
Il contesto sembra volere che tutto accada al centro. A Roma. E in logica negativa, sacrificale. Sullo stesso Corriere, Maurizio Sacconi: ok Renzi al 100%; ora serve “una maggior protezione del disoccupato e una regolazione europea del licenziamento fondata sulla deterrenza di un adeguato indennizzo”. E Alesina e Giavazzi (quasi un appello nell’editoriale): si “consenta alle aziende di licenziare con costi crescenti”.
L’impressione è penosa. Governare vuol dire indirizzare in positivo la realtà sociale per anticipare i problemi. Non viverci sopra. Certo, anche rimediare ai guai, tutelare il bisogno, ma soprattutto anticipare. Chi si concentra su guai e rimedi, è fuori tempo e funereo.
La lettura positiva vuole un mercato del lavoro dinamico, che aumenti la produttività per via di coesione, cura, creatività e innovazione; un lavoro che contribuisca a rendere competitive le nostre imprese, crei valore (anche per sé) e ridia respiro al mercato interno. Società e creatività si deprimono senza un mercato interno sobrio, di qualità alta. Che non si fa da solo.
“Dobbiamo liberare il mercato dal vizio congenito di sopprimere le proprie condizioni di buon funzionamento”, diceva Massimo Cacciari. Tema che la sinistra non ha saputo declinare. Più chiaro Michael Walzer: “Poiché la società civile, lasciata a se stessa, ingenera rapporti di potere radicalmente disuguali, che solo il potere dello stato può sfidare (…) lo stato non può mai essere, come appare nella teoria liberale, una mera struttura per la società civile. È altresì strumento di lotta, usato per dare una forma particolare alla vita comune.” (Il filo della politica, ed. Diabasis, 2002, p. 91).
Calza bene con l’invito ai giovani di Mario Draghi a “scoprire nella flessibilità la creatività, nell’incertezza l’imprenditorialità” (Corriere, 28.10.’07). Principi che stavano a base dell’indirizzo europeo: “La flessibilità significa assicurare ai lavoratori posti di lavoro migliori, la ‘mobilità ascendente’, lo sviluppo ottimale dei talenti”. (Comunicazione della Commissione europea – Bruxelles, 27.06.’07). Un filo logico da recuperare. È l’intenzione del neo ministro Poletti: sono ministro della disoccupazione, ha detto, e voglio “tornare a un ruolo attivo: creare le condizioni per favorire l’occupazione” (Corriere della Sera 22 marzo).
Ora, guardiamo a Milano città metropolitana. È matura l’idea di un’Istituzione per la mobilità del lavoro che sposti le tutele dall’azienda al territorio, dai pochi a tutti.
E liberi insieme l’impresa e i lavori. Maggiori sicurezze e produttività conseguiranno a servizi mirati di orientamento, formazione, sostegno all’auto-impresa e dialogo tra domanda e offerta. E sarà più facile e meno costoso confermare affinare le iniziative di sostegno alle parti sociali svantaggiate.
Senza l’Istituzione per la mobilità dei lavori, l’impresa si concentrerà sui costi di produzione e la precarietà sarà la regola. Sarebbe un indirizzo politico sbagliato: la precarietà fa perdere la nostra economia. Occorre piuttosto coinvolgere, motivare e responsabilizzare le intelligenze che abbiamo. Il capitale umano (conoscenze, competenze) è il nostro punto di forza, per le imprese e anche per la Politica (ma è un altro discorso). Qui Milano è leader in Europa, dice l’Ocse.
L’indirizzo auspicato è riflesso nella scelta della larga maggioranza delle imprese che reggono la crisi (ed esportano). Hanno fatto un patto serio con i collaboratori (e i sindacati), per tener duro e innovare. Sono fucine di idee ed esperienze; laboratori del miglior brainstorming che mai si sia visto. Si inventano di tutto: girano e rigirano i prodotti, i servizi e l’assistenza, dialogano con utenti ed esperti; cercano ossessivamente di cambiare e migliorare, per sorprendere e farsi apprezzare (alzare il prezzo). Come la rete di una decina di micro fabbriche del lecchese, che ha inventato il lampione stradale che si pulisce da solo (Dario Di Vico, tempo fa, sul Corriere).
Insomma, se il lavoro acquista dignità e ruolo (il contrario della precarietà), dipende dalla Politica locale. Dalla forza e dai progetti delle sue Istituzioni preposte.
Possono rendere inutile l’art. 18.
La Milano che guarda avanti (e che pensa opportunamente alle Leap Zones – zone a giurisdizione speciale) deve metterci mano. Chiedersi come sta cambiando il lavoro e perché, puntare diritta alla sua qualità, quando il 50% delle coppie pensa a un lavoro part time per entrambi, per gestirsi al meglio – sondaggio InfoJobs.it. Cosa osservare? 1. il dialogo che c’è nelle aziende e tra imprese (reti);
2. le professioni autonome e l’auto-impresa giovanile, più gentili e geniali, meno ossessive;
3. lo sviluppo tecnologico dirompente;
4. il ruolo del volontariato (terzo settore);
Siamo lungimiranti:
* la democrazia economica è un valore latente altamente produttivo, da far emergere;
* le “Partita iva” sono lavoratori che creano, rischiano, diffondono misura e sostenibilità;
* lo sviluppo tecnologico libera; non può diventare timore e spiazzamento;
* il terzo settore merita risorse (è l’articolarsi delle attività che coglie il meglio: il volontariato).
Istituzione partecipata per il mercato del lavoro, Leap Zone: chiediamo a Renzi di fare un test.

sabato 29 marzo 2014

Romano Prodi: "Il Pd di Renzi è l'unico partito vivo, giusta la battaglia contro i no tedeschi"

Segnaliamo l'intervista a Romano Prodi pubblicata da La Repubblica.

L'ex premier dice di sentirsi "un uomo felice", si chiama fuori dalla futura corsa per il Quirinale e promuove Matteo Renzi. "È la grande aspettativa di rinnovamento, ma non deve deluderla, de- ve fare in fretta ma deve soprattutto fare bene". A partire dalla battaglia che sta conducendo in Europa: "Noi dobbiamo onorare il fiscal compact, ma non possiamo accettare che ci leghino le gambe e poi ci chiedano di correre.
Se oggi, per rispettare il tetto magico del 3 per cento, ci preoccupiamo solo di comprimere il deficit e non di far crescere il Pil, ci suicidiamo". Le colpe sono un po' di tutti: "Chi ha sentito più parlare della Commissione Ue?". Il virus antieuropeista però preoccupa: "Solo la Germania ne è immune perché la Merkel ha difeso gli interessi nazionali ed è diventata la padrona d'Europa"

Presidente Prodi, in Europa i popoli voltano le spalle ai governi. Come dice Bauman, i palazzi della politica sono vuoti, perché il vero potere è altrove, dai mercati alle banche. Cosa sta succedendo?
"Con una diagnosi semplicistica, si potrebbe dire che la ripresa mondiale è lenta, e in Europa è ancora più lenta. In realtà il male europeo è molto più complesso. Non c'è un solo cambiamento nella storia dell'umanità che veda l'Europa protagonista. Prenda la crisi ucraina: Putin chiama Obama, anche se gli Usa non c'entrano nulla. Ma vale la famosa domanda di Kissinger: qual è il numero di telefono dell'Europa? Nessuno lo sa. Nel frattempo, l'Europa è dominata dalla paura, dagli egoismi nazionali. Ogni leader europeo guarda alle prossime elezioni, non alle prossime generazioni".

Risultato: vincono gli anti-europeisti, come nella Francia di Marine Le Pen.
"Il virus francese mi preoccupa, ma non mi sorprende. Solo la Germania è immune, perché la Merkel ha difeso soprattutto gli interessi tedeschi ed è diventata la padrona d'Europa. Ma è assurdo che un Paese con un surplus commerciale di 280 miliardi, un'inflazione zero e un modesto tasso di crescita, si rifiuti di reflazionare la sua economia, e di consentire che l'Europa faccia altrettanto, solo perché questo verrebbe vissuto dai tedeschi come una 'elemosinà a favore dei pigri meridionali".
E non è così?
"Ovviamente no. Ma qui sta anche la responsabilità di noi "latinos". Non siamo in grado di esprimere un progetto politico unitario e condiviso non "contro" la Germania, ma a favore dello sviluppo e del lavoro. Su questo non vedo proposte concrete, né in Italia né altrove. Il modello sono gli Usa, che hanno iniettato nel sistema 800 miliardi di dollari in un colpo solo. Ci vorrebbe un po' di sano keynesismo...".
Dovremmo riscrivere i Trattati europei, smontando i famosi parametri che proprio lei una volta definì "stupidi"?
"Non ho mai pensato che si debbano rivedere i parametri. Li ho definiti 'stupidi', nel senso che vanno sempre tarati sui cicli dell'economia. E' chiaro che se oggi, per rispettare il 'tetto magicò del 3%, ci preoccupiamo solo di comprimere il deficit e non di far crescere il Pil, ci suicidiamo. In periodi di crisi servono politiche espansive dal lato della domanda. E' questo che l'Europa non fa. Dovrebbe mutualizzare i debiti pubblici e lanciare gli eurobond, ristabilire lo spirito solidaristico che a fine anni '90 ci consentì di azzerare gli spread, rafforzare le sue istituzioni rappresentative. La Bce, per quanto faccia, non potrà mai sostituirsi al Consiglio europeo. E mi dica, ha più sentito parlare della Commissione Ue?".
Grillo urla: usciamo dall'euro. Che effetto le fa, da "padre fondatore" della moneta unica?
"Questo è un Paese senza memoria. Usciamo dall'euro, facciamo come l'Argentina: follie. Dal giorno dopo avremmo Btp svalutati del 40%, tassi di interesse al 30%, Stato al collasso, banche fallite, dazi contro le nostre merci anche da parte dei paesi europei. Qualche anima bella obietta: avremmo le svalutazioni competitive! Altra follia. Una bilancia commerciale in attivo dello 0,6% del Pil è la prova che ai nostri imprenditori, non certo tutti pigri e poco competitivi, quello che oggi serve non sono le svalutazioni competitive, ma un rilancio della domanda e dei consumi interni, accompagnato da una drastica semplificazione delle regole e dalla ripresa della lotta all'evasione fiscale".
Renzi e Padoan hanno ragione a chiedere all'Europa di "cambiare verso"?
"Noi dobbiamo onorare i nostri impegni, compreso il Fiscal Compact. Ma dobbiamo pretendere dall'Europa politiche che ci consentano di rispettarli facendo ripartire l'economia. Non possiamo accettare che ci si leghino le gambe, e poi ci si chieda anche di correre. Serve un lungo e paziente dialogo, con tutti i nostri partner".
Crescita e lavoro ormai sono un mantra. Ma precariato e disoccupazione sono la malattia mortale dell'Occidente.
"Sono i temi che mi angosciano di più. A differenza delle rivoluzioni industriali del passato, le nuove tecnologie dell'informazione distruggono posti di lavoro. Il rapporto è 20 lavoratori espulsi per 1 nuovo assunto. A pagare il prezzo più alto è il ceto medio. Qualche giorno fa il Financial Times scriveva che l'Infor-mation Technology tra pochi anni farà sparire anche migliaia di analisti finanziari".
In Italia serve davvero più flessibilità in entrata (come prevede il decreto del governo) e in uscita (con la fine dell'articolo 18)?
"Posso dirle che lavori troppo precari non giovano all'economia, e che nelle aziende si assume e si licenzia come si vuole. Quando parli a tu per tu, gli imprenditori te lo dicono: il problema per loro non è l'articolo 18, ma semmai una contrattazione più legata alle aziende e ai territori, e una maggiore disponibilità su orari, turni, mansioni, gestione dei magazzini. Queste sono le vere riforme".
Dal Jobs Act al Fisco e alla PA, Renzi ne sta promettendo persino troppe. Non c'è da temere un effetto boomerang?
"Il nuovo governo ha obiettivamente aperto una speranza, e tutti dobbiamo crederci. Renzi ha un vantaggio: è la grande aspettativa di rinnovamento che c'è nella società italiana. Non deve deluderla. Ha in effetti lanciato molte proposte interessanti. Il problema è che ora servono norme e organizzazioni che le traducano rapidamente in atto. Se c'è tutto questo, va bene. Io sono in fiduciosa attesa".
Lei magari sì, ma le parti sociali no. Non passa giorno che Confindustria e sindacati non facciano a sportellate col governo o con Bankitalia. Come lo spiega?
"Un po' di dialettica è fisiologica. Ma nel complesso mi pare che nel Paese, se non altro perché siamo davvero all'ultima spiaggia, c'è un forte desiderio di ritrovare l'ottimismo e di cavalcare il cambiamento. Questa per Renzi è una grande fortuna. Può sfruttare quel misto di angosce e di speranze che attraversano l'Italia. Deve fare in fretta, ma deve soprattutto fare bene. Quanto alla concertazione, è una bella cosa. Ma richiede unità nei sindacati e negli imprenditori. E invece l'Italia è sempre più frammentata. Da ex premier, mi ricordo riunioni fiume con decine di sigle sedute al tavolo. All'una la prima sigla diceva una cosa, alle due una seconda sigla la scavalcava, alle tre ne spuntava un'altra che andava oltre, alle quattro si chiudeva con un comunicato generico. Questo tipo di concertazione, onestamente, non funziona più".
Renzi taglia di 10 miliardi Il cuneo fiscale per i lavoratori. Lei lo fece già nel 2008, ma lo spartì anche alle imprese. E' giusto oggi privilegiare l'Irpef?
"Noi distribuimmo, 60 alle imprese e 40 ai lavoratori. Nonostante questo, a sorpresa, il giorno dopo fu proprio Confindustria ad attaccarci. Stranezze della storia... Oggi, di fronte alla deflazione salariale, Renzi fa bene a concentrare tutti i benefici sui lavoratori. Un po' più di potere d'acquisto per le famiglie, alla fine, sarà un vantaggio anche per le imprese".
La nuova legge elettorale e la riforma del Senato la convincono?
"Non entro nel merito. In generale, più ci si avvicina al modello dei collegi uninominali e del doppio turno, più si va verso una democrazia efficiente e funzionante".
Peccato che l'Italicum vada nella direzione opposta, per pagare un prezzo a Berlusconi. Lei che è l'unico ad averlo battuto due volte, come giudica questo patto col diavolo?
"Le riforme di sistema, elettorali e istituzionali, vanno fatte cercando il massimo dei consensi tra gli schieramenti politici. Ma diciamo che non bisogna esagerare nei modi. Di mediazioni se ne possono fare, ma la priorità resta sempre il bene del Paese".
E del Pd renziano cosa mi dice?
"Le dico solo questo: può anche darsi che il Pd abbia ancora la febbre, ma è l'unico partito vivo che c'è in Italia. Tutti gli altri sono crollati, e non esistono più forme minime di democrazia e di rappresentanza".
Quanto ancora le brucia, la vicenda dei 101 che l'hanno impallinata nella corsa al Quirinale?
"Con molta sincerità, della vicenda dei 101, che poi erano 120, non mi ha bruciato nulla. Anzi, è stata persino una cosa divertente. Ero in Mali, con gli africani che mi facevano il pollice alzato, mentre io facevo 'pollice versò perché già prevedevo come sarebbe finita. Feci le mie telefonate, a Marini, D'Alema, Monti e Napolitano. Alla fine chiamai mia moglie e le dissi "vedrai, non succederà niente". E così è andata. Ma davvero, non sono affatto amareggiato. Semmai mi brucia ciò che accadde prima, quando da Bari Berlusconi disse "al Quirinale chiunque, ma non Prodi". Dal Pd, tranne Rosi Bindi, non replicò nessuno. Quelli sono i momenti in cui ti senti veramente solo".
Napolitano potrebbe lasciare dopo la riforma elettorale. E di lei si sussurra: "Prodi si sta dando da fare per ritentare la scalata al Colle". Vero o falso?
"Vorrei proprio sapere in cosa consisterebbe questo mio "darmi da fare"... Mi occupo di questioni internazionali, studio l'economia globale, giro il mondo. Sono un uomo felice. In fondo nella vita ci sono tante gare, e per quanto mi riguarda quella del Quirinale è finita. Mi creda: the game is over. I tempi poi sono cambiati: il prossimo presidente della Repubblica finirà per dover condensare il suo messaggio in un twitter".

giovedì 20 marzo 2014

Un po' di informazioni

Segnaliamo, intanto, un po’ di notizie utili inerenti le vicende di queste settimane. 

Nei giorni scorsi, Matteo Renzi ha presentato il piano di governo, qui è possibile rivedere la presentazione e scaricare le slide>>  
Al fine di chiarire alcuni dubbi emersi, Renzi è intervenuto alla Camera dei Deputati per spiegare meglio i termini dei provvedimenti annunciati. Qui la sintesi fatta dal Corriere della Sera>> 

Al Senato, invece, oltre ai provvedimenti che vengono discussi in Aula, il gruppo del PD è impegnato nella discussione che riguarda la riforma del Titolo V e la riforma del Senato stesso. Qui la bozza del testo in pdf su cui stanno discutendo>>

Nei giorni scorsi si è dibattuto molto (anche impropriamente) di pensioni e lavoro, qui un’intervista di La Stampa a Marianna Madia in cui la Ministra per la Semplificazione della Pubblica Amministrazione spiega le sue idee in materia. (file scaricabile in pdf>>). 

Qui alcune risposte>> unitamente all’invito a non farsi prendere dal panico ogni volta che si leggono i giornali e anche a essere un po’ più orgogliosi dell’operato del PD nelle istituzioni, invece, che essere sempre pronti a fare un dramma di qualsiasi annuncio (compresi quelli che gli italiani vedono positivamente) 
Lo scorso 16 marzo si è svolta l’Assemblea Regionale del PD, qui il video della giornata>>  e qui gli incarichi conferiti>>

A breve saremo tutti impegnati per la campagna elettorale delle elezioni europee
In attesa della pubblicazione delle liste, i primi nomi di alcuni candidati hanno già cominciato ad emergere sui giornali e sono: 

lunedì 17 marzo 2014

Un po’ di chiarezza

Tanti sono i dubbi e le richieste di spiegazioni che ci sono giunti, anche in seguito alla pubblicazione di alcuni commenti apparsi sui giornali in seguito alla presentazione del piano di azione con le prime mosse decise dal governo Renzi.
Ci piacerebbe che i dubbi e le domande venissero posti durante le occasioni di incontro e di assemblea che abbiamo organizzato nelle scorse settimane e che a brevissimo riorganizzeremo, alla presenza di esponenti PD che operano nelle istituzioni (e quindi in grado di rispondere sulle varie tematiche con maggiore competenza), proviamo comunque ad abbozzare un paio di spiegazioni sui temi del momento: il precariato e le pensioni.

A dispetto di quanto scrivono i giornali, segnaliamo che Renzi di pensioni non ha parlato e l'argomento non è scritto da nessuna parte del decreto presentato e, anziché perdersi in elucubrazioni inutili, sarebbe meglio attenersi a commentare le cose annunciate.
In questa legislatura, con il Governo Letta, è stato già fatto un adeguamento delle indicizzazioni delle pensioni fino ai 3.000 euro.
In Italia ci sono persone che sono andate in pensione anche versando pochissimi contributi o il cui versamento non corrisponde alla cifra di pensione che prendono. I pensionati non sono tutti uguali: ci sono persone che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese e persone che stanno benissimo, non c’è una categoria unica.
L'Italia ha garantito per molto tempo a tante persone di andare in pensione e di andarci bene e, forse, oggi tutto questo non si riesce più a farlo per i giovani.
Oggi, nel nostro Paese, le pensioni spesso svolgono una funzione di welfare e, se si cambia questo meccanismo, dando più soldi alle famiglie, probabilmente si riesce ad alleggerire i pensionati da questo peso. Anche per questo è utile essere partiti dal tema del lavoro dipendente e dall'idea di lasciare più soldi in tasca alle famiglie per alimentare i consumi: le risorse non sono infinite e, nel contesto in cui ci troviamo, è giusto darsi delle priorità.

In questo momento, per il nostro Paese, la priorità è creare lavoro e aumentare le assunzioni: perché si possano stabilizzare i precari bisogna che prima si creino posti di lavoro e il decreto di Renzi ha questo obiettivo.

La precarietà è un altro tema, tuttavia, bisogna ricordare che con la riforma Fornero accadeva che dopo un contratto a termine occorreva una pausa di diversi mesi prima che questo potesse essere rinnovato e, dopo il terzo rinnovo, o l'azienda assumeva in modo stabile il lavoratore o lo lasciava a casa. Prima della legge Fornero, invece, il contratto a progetto non poteva essere rinnovato per più di due anni; anche in questo caso l'azienda poteva scegliere se assumere il lavoratore o lasciarlo a casa.
Di fatto, il più delle volte accadeva che l'azienda modificava il progetto scritto nel contratto e si teneva precariamente il lavoratore fregandosene della legge in vigore, senza che alcuno andasse a controllare oppure sostituiva il lavoratore o si avvaleva di stagisti a rotazione.
Tutto questo perché avere dei dipendenti con assunzione a tempo indeterminato alle aziende costa molto: l’Irap è una tassa che prevede che l’azienda paghi per ogni lavoratore assunto, così che ai datori di lavoro spesso conviene trovare altre forme di collaborazione meno onerose per tenere lavoratori.
I contratti a progetto sono una realtà da tempo. Fingere di non vederli è ipocrita. A cercare di regolarli ci hanno provato in tanti ma purtroppo, fino ad oggi, senza sortire alcun effetto.

Per risolvere il problema delle troppe modalità contrattuali, la proposta di Renzi va verso il contratto unico.

In ogni caso, Renzi ha appena cominciato e ha presentato un provvedimento solo. Non è realisticamente pensabile che all’interno di questo provvedimento vi fosse già tutto quanto. La partenza riguarda i lavoratori dipendenti (80 € mensili in più in busta paga che, in un anno, equivalgono a una mensilità in più di stipendio). Nel provvedimento vi sono anche altri punti che, però, sicuramente, vengono percepiti come meno di appeal nell’opinione pubblica.
Per quanto riguarda le riforme istituzionali, Europa ha realizzato un articolo di approfondimento sulla riforma del Senato>> e qui c’è il testo di bozza di riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione (pdf)>> 

Il PD nel corso degli anni non ha sempre fatto scelte felici e spesso si è trovato anche ad assumere decisioni difficili e invise alla maggior parte degli italiani, tanto che i dati elettorali ci hanno visto spesso in difficoltà, anche quando ci aspettavamo esiti diversi. Oggi, ci troviamo in una fase difficile, in cui c’è una distanza enorme tra i cittadini e la politica, tra l’operato delle istituzioni e il sentire comune e c’è un’esigenza forte di far recuperare credibilità alla politica, per non veder cedere il Paese sotto la spinta di pulsioni disfattiste e autoritarie.
Da sempre il centrosinistra ha un’immagine di “partito delle tasse” nell’opinione pubblica mentre a noi piacerebbe essere il partito che rimette in moto il Paese, il partito che riaccende il cambiamento di un’Italia troppo spesso bloccata a tutti i livelli, il partito del lavoro, il partito che riaccende il futuro. Rimettere il lavoro al centro delle politiche significa dare futuro al Paese.
Questo non è il governo esclusivamente di Matteo Renzi ma è il governo di tutto il PD, in quanto il Segretario Nazionale è diventato Presidente del Consiglio su decisione quasi unanime della Direzione Nazionale del Partito Democratico. Il PD in questo governo si gioca moltissimo e se fallisce questo tentativo sarà più difficile recuperare la fiducia dei cittadini. Questo dobbiamo saperlo prima di prestare il fianco a inutili strumentalizzazioni o di cercare la luna fingendo di non vedere una realtà drammatica che invece da anni è sotto ai nostri occhi o di rivendicare interessi di parte che spesso vanno a garantire i già garantiti.

Diana Comari, coordinatrice del Circolo PD Prato-Bicocca

mercoledì 5 marzo 2014

9 marzo: Prospettive di un welfare declinato al femminile

Cogliamo l'occasione della ricorrenza della Giornata della Donna per aprire una prima riflessione sulle problematiche delle donne nella società di oggi e discutere insieme della situazione in cui ci troviamo, delle soluzioni politiche proposte ma anche del clima culturale non sempre benevolo verso il genere femminile, come dimostrano le vicende della cronaca e dell'attualità politica.