Domenica 15 marzo alle ore 10:00 presso la Casa di Alex (Via Moncalieri 5) parliamo di riforme istituzionali con l'on.Emanuele Fiano e il sen. Franco Mirabelli.
Vi aspettiamo!
Visualizzazione post con etichetta governo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta governo. Mostra tutti i post
domenica 8 marzo 2015
martedì 20 gennaio 2015
Un sistema per la governabilità e le riforme
di Fabrizio Forquet
Realtà e rappresentazione. La prova di forza nel Pd prende la scena, ma rischia di far dimenticare quello che conta. La riforma elettorale che il Parlamento si avvia ad approvare è una rivoluzione per il sistema politico italiano: garantisce quella governabilità decisiva per le riforme e quindi per il rilancio dell'economia, attribuisce all'elettore la scelta diretta su chi governa, semplifica il sistema dei partiti (con le dovute tutele da garantire all'opposizione), toglie alibi ai governi sui risultati del proprio operato.
La discussione sulla percentuale di eletti con le preferenze in questo contesto non può che rivelarsi per quello che è: una strumentalizzazione politica legata alla battaglia per il Quirinale e agli equilibri nel Pd. Tra gli oppositori dell'Italicum ci sono veri galantuomini, ma questa loro battaglia è il simbolo di una cultura politica incentrata sulla politics, sui rapporti di forza tra partiti e gruppi, e avara di policies, di riforme concrete per il buon funzionamento della comunità.
Una politica dalla memoria corta. Che dimentica troppo facilmente quando le preferenze erano il simbolo del male del sistema dei partiti. La fine della prima Repubblica è cominciata da un referendum contro le preferenze, considerate strumento infetto del voto di scambio e del malaffare. Esagerazioni allora, esagerazioni oggi. In entrambi i casi battaglie condotte in nome della “vera democrazia” e della “morale della politica”, valori sbandierati pretestuosamente e scarsamente praticati. Astrazioni, che fingono di ignorare la realtà che le preferenze - nelle elezioni in cui sono previste - sono utilizzate da meno di due elettori su dieci al Nord e da sei su dieci al Sud. Un dato su cui ognuno può trarre le sue conclusioni.
Memoria corta, cortissima. Che spinge alcuni a dimenticare il proprio voto a favore del Porcellum, cioè della lista bloccata che più bloccata non si può. Ipocrisia che porta a ignorare il salto in avanti nel rapporto diretto tra elettore ed eletto che l'Italicum comporta rispetto a quel sistema. Il modello sostenuto da Renzi lascia infatti spazio alle preferenze tranne che per i capilista nei cento collegi che sono scelti dai partiti. Senonché questi capilista sono indicati sulla scheda e sono, quindi, proprio i candidati su cui più direttamente cade la scelta dell'elettore. Per capirsi: se il Pd nel mio collegio sceglie Al Capone come capolista, e io elettore mi ritrovo Al Capone sulla scheda, è probabile che voterò piuttosto il candidato più credibile di un altro partito, con buona pace del candidato bloccato.
Ma il danno principale di questo modo di fare politica è proprio nel costringere il dibattito su questioni davvero marginali, facendo perdere di vista ciò che conta. Sono 20 anni che il sistema politico italiano è ostaggio di una logica di coalizione che si è rivelata fallimentare. Se abbiamo accumulato un ventennio di ritardo sul fronte delle riforme è perché i vari governi che si sono alternati sono rimasti vittime delle divisioni interne: dal Berlusconi 1, affossato dalla divergenza con la Lega sulle pensioni, al Prodi 2, vero simbolo con la sua dis-Unione dell'inconcludenza del sistema delle coalizioni, fino all'ultimo Berlusconi affossato dalle scissioni e dalle liti interne ancor prima che dalla crisi dell'euro. Pensioni, lavoro, burocrazia, fisco: ogni riforma ha trovato via via i suoi sostenitori e i suoi oppositori negli stessi partiti della maggioranza. L'esito è stato inevitabile: o non se ne è fatto niente o se ne è approvata una versione tanto pasticciata da risultare controproducente.
Il premio di maggioranza alla lista che supera il 40%, con la possibilità di un ballottaggio se nessuno raggiunge quella soglia, significa superare quella fabbrica di immobilismo. Vince un partito e quel partito ha la responsabilità chiara davanti agli elettori di quello che fa o non fa. Si possono chiamare in causa mille termini anglosassoni: accountability, delivery, ma il senso più vero è che si pone fine ai poteri di veto delle minoranze, restituendo alle “politiche” il ruolo che compete loro rispetto a una “politica” che è solo lotta tra gruppi e fazioni.
Si sostituirà la tirannia delle minoranze con un eccesso di predominio della maggioranza? Difficile sollevare questo rischio in modo credibile in un Paese ricco di bilanciamenti, fino all'immobilismo, come è l'Italia. E tuttavia è anche questa una riflessione da fare. Il riformismo non può fermarsi con l'Italicum: regolamenti parlamentari, commissioni di garanzia, ruolo delle oppposizioni, legge sui partiti, sono tutti cantieri da aprire al più presto. Ma questo è il contributo serio che una politica davvero preoccupata del bene del Paese deve offrire, la bagarre sui capilista è melodramma. E non se ne sente davvero alcun bisogno.
Etichette:
governo,
italicum,
legge elettorale,
parlamento,
partito democratico,
riforme
venerdì 2 gennaio 2015
Questo Paese merita tutto il nostro entusiasmo
Care amiche e cari amici, cari compagni del Partito Democratico,
inizia un 2015 carico di sfide.
Non posso garantirvi che per il nostro partito riusciremo a fare meglio del 2014. Tecnicamente è quasi impossibile: abbiamo vinto praticamente ovunque e sfondato il muro del 40%. Siamo al governo di moltissime regioni, di moltissimi comuni. Il nostro Governo è fortemente trainato dalla spinta del PD.
In Europa rappresentiamo il partito più votato e anche quello che più di tutti spinge per un cambiamento radicale delle politiche economiche di Bruxelles.
Insomma, ci lasciamo alle spalle un anno straordinario.
Nel 2015 cercheremo di continuare a vincere. Ora che abbiamo iniziato, vorrei che ci prendessimo gusto. Ma dobbiamo anche fare formazione politica, tanta e di qualità: ci stiamo lavorando in segreteria e vedrete presto un fiorire di iniziative in questo senso.
Perché questo è il senso del nostro 2015. Forse non riusciremo a fare meglio del 2014, ma dovremo dare il meglio di noi. E, in Europa, spiegare che cambiare verso non serve solo all'Italia. Ma è l'unico modo per salvare la crescita nel nostro continente.
Cerco di essere sintetico.
Nel 2015 porteremo a termine l'iter parlamentare delle riforme costituzionali. È un lavoro di portata storica.
Il Presidente Napolitano ha spiegato bene come il bicameralismo paritario sia stato il più grande errore della Assemblea Costituente. Faremo chiarezza sul ruolo delle regioni, elimineremo gli enti inutili, semplificheremo il processo legislativo. Davvero un grande passo in avanti.
Chiuderemo già dalle prossime settimane la legge elettorale. Tra di noi eravamo divisi tra chi voleva i collegi (modello Mattarellum) e chi le preferenze (come in consiglio comunale). Avremo gli uni e gli altri. Per ogni collegio un candidato del partito, che girerà comune per comune, strada per strada, quartiere per quartiere e si farà vedere, riconoscibile, come il volto del PD. E poi lo spazio, comunque, per le preferenze. Rottameremo le liste bloccate e insieme a loro rottameremo l'inciucismo perché la sera delle elezioni sapremo chi ha vinto. E chi vince avrà la maggioranza per governare senza ricatti dei partitini.
Il Parlamento dovrà licenziare la legge delega sulla pubblica amministrazione. Meno sprechi, tempi certi delle risposte da parte del pubblico, grande investimento nel digitale, semplificazione e efficienza. Perché i tanti bravissimi funzionari pubblici che lavorano con onore hanno il diritto di non essere infangati da furbetti e furbastri.
Approvata la legge di riforma sul lavoro continueremo a operare per una politica industriale degna di questo nome e per norme più semplici. Meno alibi, più diritti. Quando la nuvola dell'ideologia si diraderà tutti si renderanno conto che le nuove regole sono più giuste e più chiare. E offrono sia agli imprenditori che ai lavoratori certezze maggiori. Dobbiamo però continuare sulle crisi aziendali. Il primo gennaio si è aperto col primo volo Alitalia Etihad. Da Terni a Taranto, da Termini Imerese a Piombino, da Reggio Calabria a Trieste, da Avellino a Genova sono tante le aziende che hanno visto sbloccate le crisi. Ma dobbiamo attrarre investimenti con più determinazione.
Per farlo è fondamentale che la grande opera di riforma della giustizia civile e del fisco vada avanti secondo i tempi stabiliti. Dobbiamo arrivare ad avere tempi europei e un sistema di certezza del diritto che in questi anni è cambiato.
Il campo dei diritti, dalla riforma del terzo settore alle unioni civili fino allo ius soli temperato, è il settore dei lavori parlamentari subito dopo le riforme costituzionali. Trovare un punto di equilibrio non sarà una passeggiata, ma è un nostro preciso impegno davanti agli elettori.
Tuttavia la vera riforma che rimette in moto l'Italia è quella che tiene insieme la sfida educativa – partendo dalla scuola (iniziate a segnarvi questa data: 22 febbraio, Roma) – con l'innovazione culturale, dalla Rai ai musei, dal teatro all'opera, dal cinema al design. Qui sta l'identità italiana. Qui sta la ricchezza dei nostri figli. Qui sta il nostro passato e il nostro futuro.
Ci siamo dati una cadenza ordinata per le nuove iniziative di legge.
A gennaio abbiamo provvedimenti su economia e finanza. A febbraio tocca alla scuola. A marzo il Green Act – sull'economia e l'ambiente in vista della grande conferenza di Parigi 2015. Aprile sarà il mese di cultura e Rai. A maggio tutti i riflettori sul cibo, agricoltura, turismo, made in Italy: arriva l'Expo. A giugno i provvedimenti sulle liberalizzazioni e prima dell'estate il punto sullo sport anche in vista della candidatura per le Olimpiadi del 2024.
Nelle prossime settimane ci sarà anche da eleggere il Presidente della Repubblica. Ovviamente sarà un passaggio delicato e difficile, come dimostra la storia parlamentare anche di questa legislatura. E succedere a un grande italiano come Giorgio Napolitano non sarà semplice. Ma sono certo che il PD sarà decisivo nello scegliere insieme a tutti un arbitro equilibrato e saggio, il garante super partes delle istituzioni.
C'è molto da fare. Lo faremo. Senza ansia, senza angoscia, senza paura. Ma lo faremo velocemente. Abbiamo la certezza che gli italiani da noi vogliono che continuiamo a fare quello che abbiamo fatto nel 2014 con ancora maggiore determinazione. Dobbiamo ridurre la forbice delle ingiustizie. È quello che abbiamo iniziato a fare con il tetto ai mega stipendi pubblici da una parte e l'innalzamento degli 80 euro dall'altro. Ma non finisce qui. La forbice dell'ingiustizia da ridurre è anche quella tra lavoro e rendita, tra coraggio e paura, tra crescita e austerità, tra non garantiti e garantiti, tra donne e uomini, tra chi ci crede e chi rema contro, tra chi scommette sul futuro dell'Italia e chi scommette sul fallimento dell'Italia.
Tra tre anni quando torneremo a votare i cittadini ci diranno se abbiamo avuto ragione a provare la strada coraggiosa e impervia delle riforme a tutto campo con questa legislatura . Fino a quel momento chiedo a tutte le democratiche e i democratici - che ringrazio per il lavoro svolto con passione e determinazione - di non mollare di un solo centimetro e di continuare a darmi una mano. A darsi una mano. Questo Paese merita tutta la nostra fatica. Questo Paese merita tutta la nostra energia. Questo Paese merita tutto il nostro entusiasmo.
Un sorriso,
Matteo
Etichette:
cambiamento,
governo,
istituzioni,
italia,
partito democratico,
politica,
renzi,
riforme
lunedì 20 ottobre 2014
Il nuovo PD parla a tutto il Paese non solo a un pezzo
L'intervista al vicesegretario del PD di Carlo Bertini, La Stampa
"Il PD renziano è un partito che esce dal suo tradizionale recinto per consolidare quella vocazione maggioritaria già testimoniata dal voto alle europee e considerata velleitaria da chi ci ha preceduto». Evita toni polemici, Lorenzo Guerini, vicesegretario del PD, alla vigilia della Direzione chiamata a decidere il profilo del nuovo partito, ma è evidente a chi si riferisca. A Bersani e compagni che non perdono un colpo per «fare polemiche inutili e pretestuose. Se la strategia è quella di logorare Renzi, non mi sembra abbia gran successo".
Da dieci mesi governate voi la ditta. In cosa si differenzia da quella di Bersani?
«Intanto nel messaggio: si sono visti i limiti che il richiamo alla cosiddetta ditta scontava. Il nuovo PD è un partito che parla a tutta l`Italia e non solo a un ne di chiudersi in una ridotta per navigare in mare aperto.
E in cui le forme di partecipazione si devono rinnovare: dobbiamo riconquistare la fascia tra i 20 e i 35 anni e per farlo l`uso dei social network è essenziale. Non sul modello grillino, ma sul modello Obama per intenderci.
A sette anni dalla sua nascita dobbiamo proiettare il PD nelle sfide del futuro. Sapendo che le forme del passato hanno mostrato i loro limiti: deve essere chiamata alla partecipazione la platea degli iscritti ma anche quella degli elettori che ci hanno dato fiducia alle europee, coinvolgendoli ad esempio con referendum tematici».
Il PD assomiglierà alla Dc?
«Sarà un partito che partendo dai nostri riferimenti ideali, deve parlare a tutta l`Italia e non intestarsi la rappresentanza solo di un pezzo della società. Superando qualche pigra lettura del passato, perché quello zoccolo duro non era più presente nella società: nel 2013 il PD è stato il terzo partito degli operai, superato dal movimento 5stelle e dal Pdl, mentre alle europee è tornato a essere il primo partito degli operai. Essendo al contempo il partito imprenditori, delle partite Iva. Vogliamo essere un punto d`incontro delle diverse realtà e dei diversi blocchi sociali. Insomma vogliamo essere il partito della nazione e della vocazione maggioritaria».
Bersani ama dire che Renzi governa grazie al suo 25%...
«Una polemica inutile, quel 25% testimoniava il limite di quella proposta politica. Il tema non è un confronto tra il 25 e il 40%, ma la diversità tra le due proposte. Bisogna ragionare insieme per fare in modo che il 40% si consolidi e si traduca in azione concreta da parte del governo».
Nel week end riparte la Leopolda e ripartono le polemiche sui finanziamenti e sul partito personale...
«La Leopolda cerca di autofinanziarsi, come tutte le iniziative del genere. Ma al finanziamento del PD stiamo lavorando, avendo ereditato una situazione non semplice: da un lato razionalizzando le spese, dall'altro con forme nuove come le cene che stiamo organizzando, il due per mille, o l`adesione al partito, legata all'iniziativa politica sul territorio. In ogni caso la Leopolda è un momento di partecipazione politica e chi vuole partecipare è ben accolto...».
Ma sono stati invitati anche i capi della minoranza?
«Non bisogna essere invitati per partecipare ad una grande mobilitazione di energie».
Il vostro problema ora è strutturare il partito. Le sezioni, i circoli, le tessere. Cosa cambierà nel PD?
«Abbiamo circa 6 mila circoli, molti fanno vera attività politica, altri no e vengono attivati solo al momento delle elezioni, specie quelle territoriali. Vogliamo coinvolgerli tutti per discutere anche su grandi questioni nazionali. Sulle tessere, a noi interessa che siano certificate con nomi e cognomi di persone realmente coinvolte nel partito. A fine anno supereremo i 350 mila iscritti, ma il vero nodo è la modalità di adesione al PD di milioni di elettori».
Sposetti dice che molti circoli non pagano l`affitto e sono ospiti delle fondazioni ex Ds?
«C`è in molti territori una difficoltà reale, dopodiché se c`è un patrimonio che le fondazioni possono mettere a disposizione per l`attività dei circoli è un fatto positivo, non va fatto pesare, altrimenti non si capisce perché tali fondazioni debbano esistere».
martedì 30 settembre 2014
A proposito del Seveso
domenica 21 settembre 2014
Sul Jobs Act
Riflessione del senatore Franco Mirabelli
Credo che i toni che sta assumendo la discussione sulla legge delega sul lavoro dentro e fuori il PD non aiutino a capire di cosa si sta discutendo e, soprattutto, rischino di dare una rappresentazione della riforma e dei suoi obbiettivi lontana dalle reali volontà, più volte affermate dal governo e riportate nel testo della norma in discussione.
Quindi, innanzitutto va sgombrato il campo da equivoci e vanno ricostruiti i reali obbiettivi che la legge si propone.
Primo: Non si tolgono tutele a chi le ha. I nove milioni di lavoratori che hanno un contratto a tempo indeterminato non saranno toccati dalla riforma, chi parla di riduzione delle tutele per chi lavora dice una cosa non vera e chi racconta di un tentativo di omogeneizzare al ribasso i diritti dei lavoratori retrocedendoli tutti in serie C fa propaganda; l'art.18 e il diritto al reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa non verrà meno per i contratti in essere.
Secondo: Al contrario l'obiettivo è estendere le tutele a chi non ne ha, ai nove milioni di lavoratori con contratti precari. La legge delega riforma gli ammortizzatori sociali estendendo a tutti i lavoratori precari l'accesso al reddito garantito dall'Aspi per chi perde lavoro.
L'allargamento della platea dei tutelati sarà finanziata in parte dalle aziende e in parte da finanziamenti pubblici e, per questo, già nella prossima Legge di Stabilità saranno stanziati un miliardo e mezzo di euro. Oltre a ciò saranno estesi i diritti sulla maternità a tutti i contratti.
Terzo: La legge delega prevede la riduzione a poche unità dei contratti di lavoro e la scelta del contratto a tempo indeterminato come contratto prevalente da incentivare. Si tratta di costruire una normativa in cui non esistono contratti più convenienti degli altri dal punto di vista del costo per le aziende se non i contratti a tempo indeterminato.
Con il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti si può raggiungere questo obbiettivo. In questo modo si riduce la precarietà e si dànno più certezze e più stabilità a lavoratori e aziende, mettendo i primi nella condizione di stare più a lungo in azienda con la prospettiva di poterci restare e le seconde in una situazione in cui potrà avere incentivi e più certezze per programmare futuro e investimenti.
Cose importanti, quindi, e che tutti abbiamo interesse a valorizzare perché definiscono il senso di una riforma necessaria per il Paese. Non c'è solo questo: c'è anche la delega per riformare i servizi che devono far incontrare domanda e offerta di lavoro, si interviene anche sui tempi di vita, ma la riforma sta soprattutto in queste cose, qui si interviene concretamente su precarietà e su chi il lavoro non c'è l'ha.
Certo, ci sono questioni che richiedono ancora approfondimenti. Ma serve una discussione sul merito. Non servono divisioni caricaturali, non c'è una divisione tra chi difende e chi vuole liquidare tutele e diritti, anzi.
Serve discutere del merito e alcune scelte non sono definite né lo saranno nella delega ma il senso di marcia e gli obbiettivi sono chiari.
Il confronto deve partire dai dati di realtà, dalla necessità di invertire una situazione per cui oggi solo il 16% dei nuovi assunti sono assunti con contratto a tempo indeterminato, dalla constatazione che in questi anni ci sono stati centinaia di migliaia di licenziamenti nonostante l'art.18. Certo, non può essere messo in discussione l'obbligo di reintegro per i lavoratori licenziati per motivi discriminatori e non lo sarà. Bisognerà discutere - questo è il nodo - nel contratto a tutele crescenti, su quali strumenti di tutela dai licenziamenti senza giusta causa saranno introdotti e se sarà previsto il reintegro o no. Dopo l'approvazione della delega ci sarà tempo e modo per affrontare questa questione.
Ma, al di là delle discussioni aperte, non dobbiamo perdere di vista il valore complessivo della riforma, di una idea di mercato di lavoro che vuole aggredire i nodi delle diseguaglianze e della esclusione dalle tutele. Il Jobs act è una straordinaria occasione che non possiamo perdere, descrive una riforma necessaria per il Paese ma, soprattutto, serve per dare diritti e tutele a chi oggi non ne ha.
Etichette:
articolo 18,
diritti,
governo,
jobs act,
lavoro,
mirabelli,
partito democratico,
tutele
venerdì 8 agosto 2014
Approvata la riforma costituzionale
Alle 12:20 di venerdì 8 agosto è arrivato il via libera dal Senato al disegno di legge costituzionale ddl n.1429 in prima lettura, con 183 favorevoli e 4 astenuti.
"Una Camera che riforma se stessa è una eccezione in Europa e non solo. E' un atto di responsabilità dei senatori nei confronti del Paese. Chi dice che oggi i problemi sono altri non capisce che serve dimostrare che la politica sa cambiare se stessa per chiedere agli altri di cambiare e fare le riforme e che uno Stato che funziona meglio serve per far tornare a crescere l'economia. Oggi abbiamo cominciato a fare la nostra parte!", è il commento del nostro senatore Franco Mirabelli.
Etichette:
costituzione,
governo,
grasso,
mirabelli,
partito democratico,
riforme,
senato,
senatori
domenica 22 giugno 2014
Milano e il PD protagonisti dei cambiamenti
Sabato, al nostro circolo, abbiamo discusso del ruolo del PD nella città metropolitana, insieme a Pietro Bussolati (Segretario PD Metropolitano), Lorenzo Gaiani (Sindaco di Cusano Milanino) e Franco Mirabelli (Senatore della Repubblica). L'incontro, molto partecipato, è stato anche un'occasione per salutarci prima della pausa estiva e fare un po' il punto sulle novità che ci aspettano sul fronte delle riforme che ci troveremo a vivere anche sul territorio milanese.
Qui potete scaricare il PDF contenente i testi delle relazioni di Bussolati, Gaiani e Mirabelli»
Qui potete scaricare il PDF contenente i testi delle relazioni di Bussolati, Gaiani e Mirabelli»
Ad aprire la discussione è stato proprio il Segretario Pietro Bussolati, ospite per la prima volta nella nostra sede, e questo è il testo del suo intervento:
Intanto grazie per l’invito, mi fa piacere essere qui: è la prima volta che vengo in questo circolo.
Oggi, mi pare che i temi da affrontare siano due: il lavoro che il PD sta facendo e quali sono le sfide che ci attendono.
Parto dalla sfida principale che dovremo affrontare sul territorio che è la costruzione della città metropolitana, in modo da non farla diventare un oggetto misterioso ma metterci idee, contenuti e, soprattutto, cultura e passione. Il tema vero, infatti, è che dobbiamo saper costruire in qualche anno un’identità milanese che però vada oltre il territorio di Milano e che metta insieme le aree che attualmente sono della Provincia con quelle della città capoluogo.
È evidente che tutto ciò che ha a che fare con le architravi amministrative e con l’ingegneria burocratica con cui si governa un territorio può essere molto interessante per gli addetti ai lavori e per gli appassionati di politica ma è assolutamente non interessante per tutti gli altri cittadini.
Tuttavia, proviamo ad entrare un attimo nei dettagli su come funziona il meccanismo della città metropolitana e i prossimi passi amministrativi che dovremo affrontare.
L’ultima tornata delle elezioni amministrative ci ha visto vittoriosi in tanti Comuni (abbiamo conquistato 5 nuovi Comuni sopra i 15.000 abitanti, portandoli via al centrodestra), quindi, il Partito Democratico attualmente ha una forza politica e amministrativa: governa oltre i 2/3 dei territori dell’area metropolitana milanese (compresa la città). Questo significa che il Partito Democratico ha una grandissima responsabilità, che non deriva solo dall’esito del voto delle elezioni europee ma anche direttamente dal territorio e, quindi, la costruzione dell’area metropolitana dipende da noi.
A settembre, secondo la nuova legge, ci sarà un’unica votazione che prevederà un’elezione di secondo livello per il Consiglio Metropolitano costituito da 24 persone. Vale a dire che a votare per il Consiglio Metropolitano saranno i consiglieri comunali e i sindaci della città e della provincia. Queste 24 persone che formeranno il Consiglio Metropolitano avranno il compito di redigere lo Statuto dell’area metropolitana (saranno, quindi, le “madri e i padri costituenti” della città metropolitana).
È ovvio che lo Statuto dovrà prevedere una serie di norme che regoleranno la vita della città metropolitana a partire dalle funzioni del Sindaco.
In una prima fase è previsto che il Sindaco della Città Metropolitana sia il Sindaco di Milano, la città capoluogo, ma dal 2016 in poi tutto ciò che riguarda l’area metropolitana dovrà essere deciso dal Consiglio Metropolitano e ratificato dalla Conferenza dei Sindaci.
Queste, dunque, sono le scadenze amministrative.
Per la mia idea di partecipazione, a governare la città metropolitana, a tendere, dovrà essere un ente che dovrà essere eletto da tutti i cittadini e, questo, credo che sia l’obiettivo che dobbiamo porci come PD. Con quali tempistiche questo potrà realizzarsi è da valutare.
Adesso, in preparazione della sfida che ci attende, dobbiamo mettere in fila una serie di temi su cui andare a trattare, come ad esempio la mobilità, la sburocratizzazione dei servizi pubblici (quindi, la facilità di accesso ai servizi), il turismo, la cultura, fare dei percorsi in grado di intrecciarsi anche con l’evento EXPO 2015.
Tuttavia, il tema della città metropolitana è ben più affascinante e ben più ampio rispetto a ciò.
Consideriamo che in un raggio di 60 km intorno a Milano, mettendo la punta di un immaginario compasso sul Duomo, troviamo una realtà territoriale che contiene 6 milioni di abitanti. Il 25% del manifatturiero italiano viene prodotto qui. È una realtà che può competere con le grandi metropoli europee come Londra e Parigi. Per questo sarebbe sbagliato limitarci ad affrontare solo l’aspetto amministrativo della questione.
Dobbiamo sapere, quindi, che la sfida che abbiamo di fronte è parlare di sviluppo, parlare di mobilità, parlare di servizi pubblici ma in una logica che tenga conto dei bisogni dei territori ma, soprattutto, con l’obiettivo del bene comune a livello metropolitano.
Un altro tema rilevante è quello della pianificazione urbana: siamo abituati al fatto che i Comuni disegnino ognuno per sé il disegno della propria città e, invece, è indispensabile che anche questo si vada ad integrare in un’ottica di sviluppo metropolitano armonico capace di tenere insieme le necessità di sviluppo con la sostenibilità ambientale.
Tutta la teoria economica e sociologica di oggi ci mostra come lo sviluppo possa passare da una densificazione delle risorse perché, se Milano cresce e riesce ad attrarre investimenti esteri e a mettere a sistema l’alto livello di università che ha sul territorio, può diventare una città fortemente attrattiva, un polo di conoscenza e di sviluppo in grado di portare benessere anche al resto della Regione. È indispensabile, quindi, ragionare in un’ottica di densificazione e non nell’idea di distribuire sui territori in modo uguale quello che invece deve essere concentrato su Milano. Se Milano riesce a crescere e a diventare competitiva, ad esempio con Londra, riesce anche ad attrarre gli investimenti esteri e le risorse umane migliori sul suo territorio.
I Comuni non hanno la dimensione sufficiente per riuscire da soli a fare questo tipo di ragionamento ma è evidente che i cittadini si identificano soprattutto con il proprio Comune.
La democrazia è basata sul nesso che i cittadini hanno innanzitutto con la propria piazza e con il proprio Comune, quindi, dobbiamo provare a mantenere una logica diarmonica, nel senso che dobbiamo costruire la città metropolitana non creando un conflitto con la Regione ma cercando di capire come questa nuova realtà possa instaurarsi e implementarsi anche in un territorio che già ha un’area vasta che è Regione Lombardia.
Questo va fatto anche in una logica di confronto contrattualistico con i Comuni, perché essi possono essere interessati a cedere alla città metropolitana alcune delle proprie funzioni in una logica di contemperazione degli interessi.
Tutte queste cose devono rientrare nella prima fase di costruzione della città metropolitana e, per questo, è importante che sia una fase con organismi eletti a secondo livello, perché gli amministratori devono accordarsi su quali sono gli ambiti e i capitoli da mettere in questo progetto e avviare il percorso.
Quando arriveremo a quel punto, non dovremo fare l’errore che è stato compiuto con la dicotomia tra Provincia e Comune. Quando avremo fatto l’integrazione dei servizi, di pianificazione urbana, di ragionamento culturale sullo sviluppo del turismo, a mio avviso, a tendere avrà senso che il Sindaco della città metropolitana venga eletto da tutti i cittadini ma anche il Comune di Milano dovrà assumere una logica di tipo diverso nel rapporto con l’amministrazione, probabilmente, più legato a un forte decentramento, all’elezione diretta del Presidente della Zona (che dovrebbe diventare una municipalità) e meno legato a un doppio voto per il Sindaco di Milano e della città metropolitana. In ogni caso, la legge contiene quella giusta flessibilità che ci consentirà di capire passo passo quali saranno le scelte da compiere.
Nel frattempo il Partito Democratico si sta impegnando ampiamente su questo tema, a partire da Arianna Censi che è in Segreteria con delega sulla Città Metropolitana e Filippo Barberis che si occupa delle qualità tematiche e abbiamo realizzato anche un progetto sulle funzioni che secondo noi potevano rientrare nella città metropolitana con il City Act che abbiamo presentato a Milano qualche mese fa e che in queste sere stiamo portando su tutti i territori della provincia.
Questa è la sfida che vogliamo affrontare e abbiamo chiesto anche alle altre forze del centrosinistra di fare una lista unica in ottica dell’elezione del Consiglio Metropolitano perché riteniamo importante saldare l’alleanza di centrosinistra.
Personalmente, credo che il PD debba stare nel campo del centrosinistra e anche questo gesto politico vuole rimarcarlo: dopo le elezioni europee, infatti, avremmo potuto scegliere di fare una lista esclusivamente del PD schiacciando gli altri, ma credo che sia più giusto ragionare in una logica in cui il Partito Democratico fa da motore di un’alleanza di centrosinistra.
Dovremo mettere insieme una serie di temi, come welfare, commercio, gestione delle authority che dovranno avere l’ambizione di trattare direttamente con il governo (ad esempio sui trasporti) quelle che sono le esigenze del nostro territorio.
In questo modo, quindi, ci stiamo avvicinando a questo primo passaggio, cercando di condividere un’alleanza forte di centrosinistra che proponga un futuro a questo territorio.
Inoltre, stiamo cercando di girare tutti i territori della città e della provincia per raccogliere idee e proposte. È ovvio che poi dovremo scegliere e presentare un programma ma, intanto, vogliamo che il percorso sia il più condiviso possibile, anche perché del tema della città metropolitana, pur essendo fondamentale, se ne parla ancora poco.
A partire da settembre avremo anche una serie di occasioni per approfondire queste cose, tra cui corsi di formazione e incontri alla Festa del PD.
Nel mondo non c’è una realtà interessante come quella di Milano. Qualche giorno fa ho incontrato Rocca, Presidente di Assolombarda, che evidenziava lo stesso concetto: il fatto che a Milano si concentri lo sviluppo della città metropolitana e di Expo è un’occasione incredibile perché insieme possono essere elementi propulsivi per il nostro territorio, per fargli riguadagnare quella credibilità a livello internazionale che nel frattempo un po’ ha perso.
Oggi, mi pare che i temi da affrontare siano due: il lavoro che il PD sta facendo e quali sono le sfide che ci attendono.
Parto dalla sfida principale che dovremo affrontare sul territorio che è la costruzione della città metropolitana, in modo da non farla diventare un oggetto misterioso ma metterci idee, contenuti e, soprattutto, cultura e passione. Il tema vero, infatti, è che dobbiamo saper costruire in qualche anno un’identità milanese che però vada oltre il territorio di Milano e che metta insieme le aree che attualmente sono della Provincia con quelle della città capoluogo.
È evidente che tutto ciò che ha a che fare con le architravi amministrative e con l’ingegneria burocratica con cui si governa un territorio può essere molto interessante per gli addetti ai lavori e per gli appassionati di politica ma è assolutamente non interessante per tutti gli altri cittadini.
Tuttavia, proviamo ad entrare un attimo nei dettagli su come funziona il meccanismo della città metropolitana e i prossimi passi amministrativi che dovremo affrontare.
L’ultima tornata delle elezioni amministrative ci ha visto vittoriosi in tanti Comuni (abbiamo conquistato 5 nuovi Comuni sopra i 15.000 abitanti, portandoli via al centrodestra), quindi, il Partito Democratico attualmente ha una forza politica e amministrativa: governa oltre i 2/3 dei territori dell’area metropolitana milanese (compresa la città). Questo significa che il Partito Democratico ha una grandissima responsabilità, che non deriva solo dall’esito del voto delle elezioni europee ma anche direttamente dal territorio e, quindi, la costruzione dell’area metropolitana dipende da noi.
A settembre, secondo la nuova legge, ci sarà un’unica votazione che prevederà un’elezione di secondo livello per il Consiglio Metropolitano costituito da 24 persone. Vale a dire che a votare per il Consiglio Metropolitano saranno i consiglieri comunali e i sindaci della città e della provincia. Queste 24 persone che formeranno il Consiglio Metropolitano avranno il compito di redigere lo Statuto dell’area metropolitana (saranno, quindi, le “madri e i padri costituenti” della città metropolitana).
È ovvio che lo Statuto dovrà prevedere una serie di norme che regoleranno la vita della città metropolitana a partire dalle funzioni del Sindaco.
In una prima fase è previsto che il Sindaco della Città Metropolitana sia il Sindaco di Milano, la città capoluogo, ma dal 2016 in poi tutto ciò che riguarda l’area metropolitana dovrà essere deciso dal Consiglio Metropolitano e ratificato dalla Conferenza dei Sindaci.
Queste, dunque, sono le scadenze amministrative.
Per la mia idea di partecipazione, a governare la città metropolitana, a tendere, dovrà essere un ente che dovrà essere eletto da tutti i cittadini e, questo, credo che sia l’obiettivo che dobbiamo porci come PD. Con quali tempistiche questo potrà realizzarsi è da valutare.
Adesso, in preparazione della sfida che ci attende, dobbiamo mettere in fila una serie di temi su cui andare a trattare, come ad esempio la mobilità, la sburocratizzazione dei servizi pubblici (quindi, la facilità di accesso ai servizi), il turismo, la cultura, fare dei percorsi in grado di intrecciarsi anche con l’evento EXPO 2015.
Tuttavia, il tema della città metropolitana è ben più affascinante e ben più ampio rispetto a ciò.
Consideriamo che in un raggio di 60 km intorno a Milano, mettendo la punta di un immaginario compasso sul Duomo, troviamo una realtà territoriale che contiene 6 milioni di abitanti. Il 25% del manifatturiero italiano viene prodotto qui. È una realtà che può competere con le grandi metropoli europee come Londra e Parigi. Per questo sarebbe sbagliato limitarci ad affrontare solo l’aspetto amministrativo della questione.
Dobbiamo sapere, quindi, che la sfida che abbiamo di fronte è parlare di sviluppo, parlare di mobilità, parlare di servizi pubblici ma in una logica che tenga conto dei bisogni dei territori ma, soprattutto, con l’obiettivo del bene comune a livello metropolitano.
Un altro tema rilevante è quello della pianificazione urbana: siamo abituati al fatto che i Comuni disegnino ognuno per sé il disegno della propria città e, invece, è indispensabile che anche questo si vada ad integrare in un’ottica di sviluppo metropolitano armonico capace di tenere insieme le necessità di sviluppo con la sostenibilità ambientale.
Tutta la teoria economica e sociologica di oggi ci mostra come lo sviluppo possa passare da una densificazione delle risorse perché, se Milano cresce e riesce ad attrarre investimenti esteri e a mettere a sistema l’alto livello di università che ha sul territorio, può diventare una città fortemente attrattiva, un polo di conoscenza e di sviluppo in grado di portare benessere anche al resto della Regione. È indispensabile, quindi, ragionare in un’ottica di densificazione e non nell’idea di distribuire sui territori in modo uguale quello che invece deve essere concentrato su Milano. Se Milano riesce a crescere e a diventare competitiva, ad esempio con Londra, riesce anche ad attrarre gli investimenti esteri e le risorse umane migliori sul suo territorio.
I Comuni non hanno la dimensione sufficiente per riuscire da soli a fare questo tipo di ragionamento ma è evidente che i cittadini si identificano soprattutto con il proprio Comune.
La democrazia è basata sul nesso che i cittadini hanno innanzitutto con la propria piazza e con il proprio Comune, quindi, dobbiamo provare a mantenere una logica diarmonica, nel senso che dobbiamo costruire la città metropolitana non creando un conflitto con la Regione ma cercando di capire come questa nuova realtà possa instaurarsi e implementarsi anche in un territorio che già ha un’area vasta che è Regione Lombardia.
Questo va fatto anche in una logica di confronto contrattualistico con i Comuni, perché essi possono essere interessati a cedere alla città metropolitana alcune delle proprie funzioni in una logica di contemperazione degli interessi.
Tutte queste cose devono rientrare nella prima fase di costruzione della città metropolitana e, per questo, è importante che sia una fase con organismi eletti a secondo livello, perché gli amministratori devono accordarsi su quali sono gli ambiti e i capitoli da mettere in questo progetto e avviare il percorso.
Quando arriveremo a quel punto, non dovremo fare l’errore che è stato compiuto con la dicotomia tra Provincia e Comune. Quando avremo fatto l’integrazione dei servizi, di pianificazione urbana, di ragionamento culturale sullo sviluppo del turismo, a mio avviso, a tendere avrà senso che il Sindaco della città metropolitana venga eletto da tutti i cittadini ma anche il Comune di Milano dovrà assumere una logica di tipo diverso nel rapporto con l’amministrazione, probabilmente, più legato a un forte decentramento, all’elezione diretta del Presidente della Zona (che dovrebbe diventare una municipalità) e meno legato a un doppio voto per il Sindaco di Milano e della città metropolitana. In ogni caso, la legge contiene quella giusta flessibilità che ci consentirà di capire passo passo quali saranno le scelte da compiere.
Nel frattempo il Partito Democratico si sta impegnando ampiamente su questo tema, a partire da Arianna Censi che è in Segreteria con delega sulla Città Metropolitana e Filippo Barberis che si occupa delle qualità tematiche e abbiamo realizzato anche un progetto sulle funzioni che secondo noi potevano rientrare nella città metropolitana con il City Act che abbiamo presentato a Milano qualche mese fa e che in queste sere stiamo portando su tutti i territori della provincia.
Questa è la sfida che vogliamo affrontare e abbiamo chiesto anche alle altre forze del centrosinistra di fare una lista unica in ottica dell’elezione del Consiglio Metropolitano perché riteniamo importante saldare l’alleanza di centrosinistra.
Personalmente, credo che il PD debba stare nel campo del centrosinistra e anche questo gesto politico vuole rimarcarlo: dopo le elezioni europee, infatti, avremmo potuto scegliere di fare una lista esclusivamente del PD schiacciando gli altri, ma credo che sia più giusto ragionare in una logica in cui il Partito Democratico fa da motore di un’alleanza di centrosinistra.
Dovremo mettere insieme una serie di temi, come welfare, commercio, gestione delle authority che dovranno avere l’ambizione di trattare direttamente con il governo (ad esempio sui trasporti) quelle che sono le esigenze del nostro territorio.
In questo modo, quindi, ci stiamo avvicinando a questo primo passaggio, cercando di condividere un’alleanza forte di centrosinistra che proponga un futuro a questo territorio.
Inoltre, stiamo cercando di girare tutti i territori della città e della provincia per raccogliere idee e proposte. È ovvio che poi dovremo scegliere e presentare un programma ma, intanto, vogliamo che il percorso sia il più condiviso possibile, anche perché del tema della città metropolitana, pur essendo fondamentale, se ne parla ancora poco.
A partire da settembre avremo anche una serie di occasioni per approfondire queste cose, tra cui corsi di formazione e incontri alla Festa del PD.
Nel mondo non c’è una realtà interessante come quella di Milano. Qualche giorno fa ho incontrato Rocca, Presidente di Assolombarda, che evidenziava lo stesso concetto: il fatto che a Milano si concentri lo sviluppo della città metropolitana e di Expo è un’occasione incredibile perché insieme possono essere elementi propulsivi per il nostro territorio, per fargli riguadagnare quella credibilità a livello internazionale che nel frattempo un po’ ha perso.
Etichette:
bussolati,
città metropolitana,
comune,
governo,
milano,
partito democratico,
pd milano,
politica
domenica 15 giugno 2014
Il 40,8% è un investimento per cambiare l'Italia
“Bello rivedersi dopo una straordinaria vittoria. Ciascuno avverta l'emozione di questo risultato del 40,8% alle europee, che ci carica di una responsabilità che fa tremare i polsi". Così il premier Matteo Renzi ha aperto i lavori dell'Assemblea nazionale del PD, dall'Hotel Ergife a Roma.
“E’ fondamentale fotografare questo dato, che non è solo il dato del segretario o di un gruppo dirigente, è un risultato che è un'attestazione di speranza. Un dato per molti aspetti sconvolgente, è dal 1958 che nessun partito prendeva tanto. Ma non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza per provare a cambiare il Paese. Gli italiani hanno detto non ce n'è più per nessuno, se fallite, fallite anche voi”.
Risultati Elezioni. "Siamo felici di tutti i comuni vinti - ha detto il premier - ma prendere Casal di Principe, il comune di don Peppe Diana, con una battaglia contro la Camorra è straordinario. Ai ballottaggi il fatto che ci sono state delle sconfitte non può mettere in secondo piano i tanti comuni dove abbiamo raccolto risultati inaspettati. A tutti i sindaci eletti - ha aggiunto - vada l'abbraccio di tutta la comunità del PD, e un augurio di buon lavoro. Un augurio anche ai sindaci di destra e del M5S", ha aggiunto.
"Su tre temi dovremo giocare la battaglia delle prossime settimane", ha annunciato il segretario del PD: "l'Europa, la sconvolgente disoccupazione giovanile e una gigantesca campagna per l'educazione che riguardi anche Rai, scuola, università”.
Combattere la disoccupazione. “Il 40,8% è una percentuale che stupisce. Ma ricordiamoci che c'è un'altra percentuale che sconvolge con il 4 davanti e continua a crescere: la disoccupazione giovanile. Sul breve periodo in Italia dobbiamo combatterla e recuperare speranza, entusiasmo, perché c'è tanta domanda di bella Italia nel mondo, c'è tanta voglia di un'Italia che torni a correre e a esprimere speranza".
Europa. "Vorrei presentarvi il partito d'Europa che ha preso il maggior numero di voti dei cittadini: siete voi”, ha detto Renzi, rivolto alla platea.
“Il nostro modello d'Europa cambia le regole. Se non modificheremo l'impostazione dell'Europa sarà una delle più grandi occasioni perse. Il PD va in Europa non per farsi spiegare cosa deve fare, ma per proporre con rispetto delle soluzioni che parlino di più alle imprese e alle famiglie e un po' meno a chi vive di rendita”.
Commissione europea: "Chi si candida alla guida della Commissione Ue ci chiarisca prima che intende fare sugli investimenti per la crescita e lo sviluppo. Le regole si applicano con un minimo di buon senso, cosa che talvolta in questi anni è mancato. E' vero che non possiamo mettere diktat, e nessun Paese può farlo, sulla scelta del presidente della Commissione Europea. Non è un dibattito sull'Inghilterra, noi vogliamo mandarla a casa questa sera ai Mondiali, non dall'Europa", ha aggiunto ironicamente.
Rai. "La discussione sulla Rai va aperta sul serio: i partiti in questi anni sulla Rai hanno pensato di poter avere ruolo e di poter giocare un piccolo potere. La storia della Rai è di grandissima bellezza, ma anche di una presenza forte dei politici. O prendiamo in mano la questione Rai, convinti che si tratti di uno straordinario vettore educativo per le prossime generazioni, con una informazione libera e programmi che arricchiscono l'Italia, o siamo in grado di fare una grande discussione in cui teniamo insieme scuola, cultura e rete o finiamo in pasto al sindacato di turno".
Per Renzi "se continuiamo a pensare che la Rai ha quel numero di dipendenti, di sedi, quelle realtà economiche così stravaganti, quel potere pervasivo della politica, se pensiamo di continuare così, non andiamo da nessuna parte".
Avanti con la rottamazione. “La politica non è per sempre. Facevo la battaglia per la rottamazione quando ero minoranza nel PD. La faccio ancora di più ora che sono segretario. Ciascuno di noi deve avere la consapevolezza che non è più il tempo di dire che la politica è per sempre. Stiamo cercando di portare un rinnovamento anche negli stili e nei comportamenti, dobbiamo avere il coraggio di dire che un'esperienza politica non si fa per tutta la vita, al contrario si può mantenere l'impegno civile per tutta la vita in quanto non ci si dimette da cittadini".
Sulla giustizia niente sconti. “Sulla corruzione siamo quelli che non fanno sconti a nessuno, neanche a noi stessi. Noi siamo un partito che quando uno di noi, iscritto o meno, patteggia per una operazione di finanziamento illecito, gli chiediamo di fare passo indietro. Chi patteggia significa che è colpevole, chi è colpevole è giusto che non faccia il sindaco", ha affermato Renzi alludendo al caso Orsoni. Renzi si è poi rivolto all'assemblea del PD: "Se c'è qualcuno di noi che ha informazioni o notizie di reato, salga i gradini di un palazzo di giustizia e vada a raccontarlo ai magistrati prima che i magistrati vengano a chiederlo a lui. Lo faccia per rispetto agli uomini e alle donne delle feste dell'Unità".
Il PD partito garantista. "Ci sarà la riforma della giustizia che sta preparando il ministro Orlando. Il PD è quel partito che non ha paura di vincere la sfida del garantismo. Noi siamo garantisti sul serio. A chi ci chiedeva la testa di sottosegretari solo per un avviso di garanzia, abbiamo detto che non è accettabile l'idea che un avviso di garanzia costituisca un elemento per mandare a casa qualcuno. Non è un elemento di condanna".
Riforme. "Abbiamo un elenco di cose da fare impressionante. La riforma della Pa si collega con la riforma del Terzo Settore, con la riforma della Giustizia, e noi pensiamo che il terzo settore non sia il terzo, ma il primo. Inoltre, dopo la chiusura della legge elettorale, nel mese di settembre, dovremo realizzare un impegno vincolante per la nostra comunità sul quale non possiamo tirare indietro: il Parlamento sarà chiamato a lavorare su una proposta del PD sui diritti civili.
Entro luglio - ha annunciato - dobbiamo avere il coraggio di presentare un provvedimento di legge sulle infrastrutture perché per anni si è basato su regole astruse e su sistemi di controlli che erano sistematicamente elusi. Il nostro intervento sulle infrastrutture sarà uno degli interventi più forti della storia d'Italia''.
Infine Renzi ha replicato duramente alle parole di Corradino Mineo: "Nessuna espulsione, ma non possiamo permettere a qualcuno di ricattare con la sua presenza la posizione del Pd". Inoltre, ha tenuto a sottolineare Renzi: "Fate di me ciò volete, ma chi ha usato il termine 'autistico' ha offeso migliaia di persone: non è giusto per chi vive una situazione di sofferenza e di bellezza. Toccate pure me ma lasciate stare i ragazzi disabili”.
Il segretario del Pd ha concluso l'intervento annunciando che le feste del partito torneranno a chiamarsi 'Feste dell'Unità', perché, ha detto "dobbiamo colorare questa storia di futuro".
All'assemblea Nazionale di sabato è intervenuto anche il senatore Franco Mirabelli, iscritto al nostri circolo, qui il video del suo intervento»
Etichette:
assemblea nazionale,
governo,
mirabelli,
orfini,
partito democratico,
renzi
martedì 20 maggio 2014
Decreto casa, le misure per l’emergenza
Articolo del Sen. Franco Mirabelli, Relatore al Senato del DL Casa-Expo, pubblicato da L'Unità il 15 maggio 2014.
Il decreto sull’emergenza abitativa che abbiamo approvato ieri al Senato, dopo un importante lavoro che ne ha migliorato il testo, raccogliendo proposte ed osservazioni venute da tutte le associazioni che rappresentano inquilini, imprese e proprietari, è un segnale concreto di cambiamento. Si tratta di un provvedimento innovativo che sui media rischia di essere travolto dalla campagna elettorale e che merita invece di essere valorizzato, perché dà risposte concrete al dramma sociale di chi è senza casa.
Per la prima volta dopo oltre 15 anni, si mettono in campo politiche pubbliche per l’abitare che guardano al futuro e si decidono una serie di interventi, con la consapevolezza che la risposta garantita fino al 1998 dalla costruzione dei grandi quartieri popolari con i fondi Gescal non è più proponibile.
Innanzitutto, con questa legge si investono risorse pubbliche significative su tre filoni di intervento.
Primo: si rifinanziano il Fondo a sostegno degli affitti e il Fondo per la morosità incolpevole, che diventa permanente proprio per consentire a Regioni e Comuni non solo di sostenere economicamente le famiglie, ma soprattutto di favorire soluzioni abitative sostenibili.
Secondo, vengono stanziati oltre 500 milioni nel 2014 con l’obbligo di utilizzarli subito per ristrutturare le migliaia di alloggi pubblici vuoti (perché bisognosi di interventi che Comuni e Iacp non possono affrontare), in modo che possano essere assegnati a chi ne ha bisogno.
Terzo, si interviene sul tema delle vendite degli appartamenti pubblici, garantendo che possano essere ceduti solo agli inquilini e che tutti i profitti siano spesi per realizzare nuova edilizia sociale e non per fare cassa. Si finanzia con oltre 100 milioni un fondo per abbattere di almeno un punto percentuale i mutui accesi dalle famiglie per questa finalità.
Accanto a questi interventi si incentiva, per la prima volta in modo significativo in un Paese in cui quando si pensa alla casa si pensa solo alla proprietà, l’affitto a canoni accessibili per le famiglie.
L’abbattimento della cedolare secca dal 15 al 10% per chi affitta a canone concordato va in questa direzione, rende conveniente la locazione ed è un invito ai proprietari a non lasciare sfitti gli appartamenti.
Inoltre, come é giusto che sia, a fronte di un impegno per aumentare l’offerta abitativa a canoni accessibili per le famiglie, si interviene sul tema dell’abusivismo per affermare un principio di legalità e giustizia. Chi occupa abusivamente toglie un diritto al legittimo proprietario dell’appartamento o a chi, nel pubblico, è in lista di attesa e si vede scavalcato da chi non rispetta le regole e le leggi. Su questo non si può essere ambigui ed è giusto prevedere, come si fa con la norma, l’impossibilità per chi occupa da ora in poi di ottenere in quell’alloggio allacciamenti e residenza e, in caso di appartamento pubblico, per 5 anni di essere inseriti nella graduatoria per l’assegnazione degli alloggi.
Un altro punto qualificante della legge riguarda l’insieme di norme che promuovono interventi per realizzare alloggi sociali con il contributo di aziende cooperative e private in rapporto con gli enti locali, creando un sistema di incentivi che renda conveniente investire in questi progetti che non devono consumare ulteriore suolo, devono promuovere riuso, ricostruzioni e ristrutturazioni e garantire efficienza e risparmio energetici. C`è anche altro nel testo approvato al Senato, ma già queste cose danno il senso di una normativa che avrà effetti importanti e concreti e che soprattutto dà valore al lavoro di questo governo e di questo Parlamento.
Etichette:
affitti,
case popolari,
edilizia residenziale pubblica,
edilizia sociale,
emergenza abitativa,
franco mirabelli,
governo,
housing sociale,
mirabelli,
partito democratico,
piano casa,
politiche abitative,
senato
domenica 18 maggio 2014
Renzi a Milano
Etichette:
elezioni,
elezioni 2014,
elezioni europee,
europa,
europee,
europee 2014,
expo,
expo 2015,
governo,
lombardia,
milano,
parlamento europeo,
partito democratico,
pse,
renzi
sabato 17 maggio 2014
Pomeriggio europeo
Grazie a tutti coloro che ci stanno aiutando in questa campagna elettorale, al gruppo dei volantinatori, agli incasellatori, a chi organizza gli aperitivi e grazie a tutti quelli che ci sono venuti a trovare in questi giorni anche per iscriversi al PD.
Oggi in Bicocca abbiamo discusso di Europa e della riforme messe in campo dal governo per cambiare l'Italia insieme al senatore Franco Mirabelli. Qui il video dell'intervento di Mirabelli>
Etichette:
bicocca,
elezioni,
elezioni 2014,
elezioni europee,
europa,
europee,
europee 2014,
expo,
expo 2015,
governo,
lombardia,
milano,
mirabelli,
parlamento europeo,
partito democratico
sabato 12 aprile 2014
Il cambiamento del Paese è stato avviato
Questa mattina al circolo, abbiamo approfittato della disponibilità del senatore Franco Mirabelli, per discutere insieme delle proposte che il PD sta portando avanti al governo per cambiare l’Italia, per comprendere un po’ meglio quale Paese stiamo costruendo.
“Il PD si è impegnato su più fronti ed è protagonista dell’accelerazione che c’è stata sul terreno delle riforme. – ha esordito il senatore, interloquendo con gli iscritti - Le riforme sono sempre state una questione centrale per il Partito Democratico anche perché il rapporto tra i cittadini e le istituzioni si è molto logorato e far vedere che si sta finalmente lavorando per riformare il Paese può servire per riavvicinare”.
Inoltre, ha ricordato Mirabelli “l’accelerazione che si è prodotta ha creato nel Paese una grande aspettativa”. Era, comunque, un’accelerazione necessaria perché – ha segnalato il senatore PD – l’idea diffusa era ormai quella di essere di fronte all’ultima occasione: “Il risultato elettorale ci ha detto che il 30% circa dei cittadini italiani non sono andati a votare, il 25% ha scelto di votare il Movimento 5 Stelle che è una forza antisistema e altri hanno espresso simpatia per altre forze populiste a fronte del fatto che la politica e le istituzioni hanno raggiunto il livello più basso di credibilità proprio a causa dei ritardi e delle resistenze poste a ogni richiesta di cambiamento. Che è l’ultima occasione ce lo hanno detto anche tanti elettori delle primarie che o adesso si cambiava veramente oppure basta. – ha insistito Mirabelli - Oggi, serve ridare credibilità alla politica e alle istituzioni. Per questo Renzi ha scelto la velocità di azione e la semplificazione del linguaggio, per far vedere che il cambiamento lo si fa davvero. E questa velocità di Renzi ha spiazzato tutti perché nessuno ci era abituato. Ora si è avviata una stagione di riforme importanti, questo crea consenso nei cittadini ma ci sono anche molte forze refrattarie ai cambiamenti perché vedono messi in discussione i loro privilegi e non sarà semplice cambiare. Chi vuole contrastare il cambiamento spesso si inventa cose che non ci sono oppure fa intendere che da qualche parte c’è la fregatura nascosta oppure dice che il problema vero è un altro e si finisce per discutere delle invenzioni e non di cosa si è fatto davvero”.
Venendo alle riforme avviate in questi mesi, Mirabelli ha ricordato l’iter della legge elettorale, già discussa alla Camera dei Deputati e che arriverà in Aula Senato dopo la discussione sulla riforma per superare il bicameralismo perché serve realizzare una riforma costituzionale che abbia un equilibrio complessivo. In ogni caso, si tratta di una legge elettorale maggioritaria in cui chi vince governa (esattamente come aveva chiesto il PD) e si è ottenuto il doppio turno, mentre possibile oggetto di discussione diventeranno la soglia di sbarramento e la questione della percentuale di donne nelle liste che la Camera non ha risolto.
Sul tema delle Riforme costituzionali, Mirabelli ha ricordato che con il Governo Letta si è perso un anno (passando dalla discussione sui saggi alla modifica dell’art. 138 della Costituzione) e non è cambiato nulla mentre con l’arrivo del Governo Renzi tutto è cambiato e sono già stati calendarizzati molti provvedimenti e poi si dovrà lavorare anche per migliorarli e correggere ciò che non va bene.
Sbagliato, però, secondo Mirabelli, parlare delle riforme solo in termini di risparmio economico: “Dobbiamo smettere di dire che si fanno le riforme solo per risparmiare soldi perché si stanno riformando gli assetti istituzionali del Paese. - ha precisato il senatore - Le riforme costituzionali devono servire a far funzionare meglio lo Stato, non solo a ridurre i costi della politica”.
Nel merito della riforma del Senato, di cui molto abbiamo letto sui giornali in questi giorni, Mirabelli ha spiegato che alcuni senatori non sono d’accordo sulla non elezione diretta dei membri del Senato ma, se questo verrà trasformato in una sorta di Camera delle Autonomie Locali diventerà difficile fare l’elezione diretta dei nuovi senatori perché dovranno essere espressioni di rappresentanze locali. “Un ruolo diverso del Senato e dei senatori deve corrispondere anche ad una platea elettorale diversa”, ha ribadito Mirabelli.
I tempi di modifica costituzionale, comunque, saranno lunghi: ci vorranno due letture (una per ogni Camera) a distanza di sei mesi l’una dall’altra e successivamente ci sarà un referendum.
Tra le cose già approvate, invece, Mirabelli ha ricordato la legge che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti e contiene anche alcune norme che regolamentano la struttura dei partiti e questo rappresenta un grande cambiamento.
Un altro tassello importante è quello rappresentato dal DDL Delrio con cui si è avviata la costruzione delle città metropolitane. Il DDL prevede che le province in scadenza non torneranno al voto ma diventeranno enti di secondo livello e saranno abolite le giunte provinciali (vale a dire non ci saranno assessori e consiglieri eletti). Entro giugno dovrà essere votato il Consiglio delle città metropolitane, costituito dai sindaci dei vari Comuni che vi appartengono, presieduto dal Sindaco del Comune capoluogo che non percepirà altre indennità aggiuntive, e questo poi varerà lo Statuto entro il mese di novembre.
“Non è una legge perfetta - ha commentato Mirabelli - ma intanto, dopo anni di discussione su questo tema, la città metropolitana si sta concretizzando”.
Mirabelli ha ricordato anche che il Movimento 5 Stelle non ha votato alcuna riforma di quelle portate avanti in Parlamento, con la motivazione che nulla di ciò che viene presentato a loro va bene: “La realtà è che hanno paura di un Parlamento che fa davvero le cose toglie acqua alla loro propaganda”, ha commentato il senatore PD.
Legato a questo argomento, anche la polemica degli ultimi giorni sul voto alla norma 416-ter sul voto di scambio politico-mafioso, per cui M5S ha fatto diverse bagarre in Aula. “I Parlamentari PD si sono impegnati coll’Associazione Libera per fare una legge che punisca il voto di scambio. – ha segnalato Mirabelli - Oggi si contesta il fatto che, dopo il passaggio alla Camera, si sono abbassate le pene. Però quella è una legge che prima non c’era e punisce la promessa di voti scambiati con dei favori e per questo serve farla prima delle elezioni. Spaccare così il quadro politico su questo tema fa il gioco della mafia”.
Infine, Mirabelli ha sottolineato che si stanno facendo passi in avanti anche sulle riforme economiche e sociali. Una particolarmente importante è contenuta il decreto sull’emergenza abitativa (di cui il senatore è relatore) che prevede che vengano raddoppiati i finanziamenti al Fondo Sostegno Affitti e al Fondo per la morosità incolpevole (che il Governo Monti aveva tolto e Letta aveva ripristinato) e poi norme per favorire la possibilità di trovare case a canoni contenuti (come ad esempio l’abbassamento della cedolare secca al 10% per favorire l’emersione dal nero degli affitti e sopperire al fatto che ci sono troppe case sfitte).
Un altro decreto importante sarà quello sul lavoro con cui si andrà a cambiare le condizioni dei contratti flessibili rispetto a quanto prevedeva la legge Fornero e poi arriverà il Job Act per interventi sull’apprendistato, sul contratto unico, sul salario minino e anche sul reddito di cittadinanza.
Anche nel DEF ci saranno cose di impatto economico e sociale importante, come la norma di riduzione dell’impatto fiscale sugli stipendi che consentirà di avere le 80 euro in più in busta paga (che praticamente porteranno ad una mensilità in più alla fine dell’anno) e le coperture sono individuate da alcuni tagli della spending review.
“Oggi - ha sottolineato Mirabelli - c’è un problema drammatico dell’occupazione e della tenuta degli ammortizzatori sociali. La scelta di intervenire sul cuneo fiscale e sul lavoro dipendente è perché si pensa che così si possano far ripartire i consumi”.
Sul metodo, Mirabelli ha spiegato che “Renzi tira dritto, rompe un metodo di concertazione che era considerato da tutti basilare ma oggi c’è una frammentazione tale della rappresentanza che la concertazione è complicata. Le rappresentanze intermedie, spesso, non rappresentano più molto oggi. Per questo il PD, quando fa le riforme, deve guardare all’interesse generale e mettere al centro dei provvedimenti gli interessi dei cittadini”.
Questi, dunque, gli argomenti affrontati nella mattinata, attraverso un proficuo dialogo tra il senatore e gli iscritti del circolo che, speriamo, sia stato di utilità per sciogliere eventuali dubbi.
Etichette:
governo,
mirabelli,
parlamento,
partito democratico,
riforme,
senato
mercoledì 2 aprile 2014
Il lavoro del PD
giovedì 20 marzo 2014
Un po' di informazioni
Segnaliamo, intanto, un po’ di notizie utili inerenti le vicende di queste settimane.
Nei giorni scorsi, Matteo Renzi ha presentato il piano di governo, qui è possibile rivedere la presentazione e scaricare le slide>>
Al fine di chiarire alcuni dubbi emersi, Renzi è intervenuto alla Camera dei Deputati per spiegare meglio i termini dei provvedimenti annunciati. Qui la sintesi fatta dal Corriere della Sera>>
Al Senato, invece, oltre ai provvedimenti che vengono discussi in Aula, il gruppo del PD è impegnato nella discussione che riguarda la riforma del Titolo V e la riforma del Senato stesso. Qui la bozza del testo in pdf su cui stanno discutendo>>
Nei giorni scorsi si è dibattuto molto (anche impropriamente) di pensioni e lavoro, qui un’intervista di La Stampa a Marianna Madia in cui la Ministra per la Semplificazione della Pubblica Amministrazione spiega le sue idee in materia. (file scaricabile in pdf>>).
Qui alcune risposte>> unitamente all’invito a non farsi prendere dal panico ogni volta che si leggono i giornali e anche a essere un po’ più orgogliosi dell’operato del PD nelle istituzioni, invece, che essere sempre pronti a fare un dramma di qualsiasi annuncio (compresi quelli che gli italiani vedono positivamente)
Lo scorso 16 marzo si è svolta l’Assemblea Regionale del PD, qui il video della giornata>> e qui gli incarichi conferiti>>
A breve saremo tutti impegnati per la campagna elettorale delle elezioni europee.
In attesa della pubblicazione delle liste, i primi nomi di alcuni candidati hanno già cominciato ad emergere sui giornali e sono:
Patrizia Toia: www.patriziatoia.info - www.facebook.com/ToiaPatrizia
Antonio Panzeri: http://antoniopanzeri.it/htm/ - www.facebook.com/PierAntonioPanzeri
Alessia Mosca: www.alessiamosca.it - www.facebook.com/alessiamosca.it
Sergio Cofferati: www.sergiocofferati.eu - www.facebook.com/sergiocofferati.profilo
Brando Benifei: www.brandobenifei.it - www.facebook.com/brando.benifei
lunedì 17 marzo 2014
Un po’ di chiarezza
Tanti sono i dubbi e le richieste di spiegazioni che ci sono giunti, anche in seguito alla pubblicazione di alcuni commenti apparsi sui giornali in seguito alla presentazione del piano di azione con le prime mosse decise dal governo Renzi.
Ci piacerebbe che i dubbi e le domande venissero posti durante le occasioni di incontro e di assemblea che abbiamo organizzato nelle scorse settimane e che a brevissimo riorganizzeremo, alla presenza di esponenti PD che operano nelle istituzioni (e quindi in grado di rispondere sulle varie tematiche con maggiore competenza), proviamo comunque ad abbozzare un paio di spiegazioni sui temi del momento: il precariato e le pensioni.
A dispetto di quanto scrivono i giornali, segnaliamo che Renzi di pensioni non ha parlato e l'argomento non è scritto da nessuna parte del decreto presentato e, anziché perdersi in elucubrazioni inutili, sarebbe meglio attenersi a commentare le cose annunciate.
In questa legislatura, con il Governo Letta, è stato già fatto un adeguamento delle indicizzazioni delle pensioni fino ai 3.000 euro.
In Italia ci sono persone che sono andate in pensione anche versando pochissimi contributi o il cui versamento non corrisponde alla cifra di pensione che prendono.
I pensionati non sono tutti uguali: ci sono persone che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese e persone che stanno benissimo, non c’è una categoria unica.
L'Italia ha garantito per molto tempo a tante persone di andare in pensione e di andarci bene e, forse, oggi tutto questo non si riesce più a farlo per i giovani.
Oggi, nel nostro Paese, le pensioni spesso svolgono una funzione di welfare e, se si cambia questo meccanismo, dando più soldi alle famiglie, probabilmente si riesce ad alleggerire i pensionati da questo peso.
Anche per questo è utile essere partiti dal tema del lavoro dipendente e dall'idea di lasciare più soldi in tasca alle famiglie per alimentare i consumi: le risorse non sono infinite e, nel contesto in cui ci troviamo, è giusto darsi delle priorità.
In questo momento, per il nostro Paese, la priorità è creare lavoro e aumentare le assunzioni: perché si possano stabilizzare i precari bisogna che prima si creino posti di lavoro e il decreto di Renzi ha questo obiettivo.
La precarietà è un altro tema, tuttavia, bisogna ricordare che con la riforma Fornero accadeva che dopo un contratto a termine occorreva una pausa di diversi mesi prima che questo potesse essere rinnovato e, dopo il terzo rinnovo, o l'azienda assumeva in modo stabile il lavoratore o lo lasciava a casa. Prima della legge Fornero, invece, il contratto a progetto non poteva essere rinnovato per più di due anni; anche in questo caso l'azienda poteva scegliere se assumere il lavoratore o lasciarlo a casa.
Di fatto, il più delle volte accadeva che l'azienda modificava il progetto scritto nel contratto e si teneva precariamente il lavoratore fregandosene della legge in vigore, senza che alcuno andasse a controllare oppure sostituiva il lavoratore o si avvaleva di stagisti a rotazione.
Tutto questo perché avere dei dipendenti con assunzione a tempo indeterminato alle aziende costa molto: l’Irap è una tassa che prevede che l’azienda paghi per ogni lavoratore assunto, così che ai datori di lavoro spesso conviene trovare altre forme di collaborazione meno onerose per tenere lavoratori.
I contratti a progetto sono una realtà da tempo. Fingere di non vederli è ipocrita. A cercare di regolarli ci hanno provato in tanti ma purtroppo, fino ad oggi, senza sortire alcun effetto.
Per risolvere il problema delle troppe modalità contrattuali, la proposta di Renzi va verso il contratto unico.
In ogni caso, Renzi ha appena cominciato e ha presentato un provvedimento solo. Non è realisticamente pensabile che all’interno di questo provvedimento vi fosse già tutto quanto. La partenza riguarda i lavoratori dipendenti (80 € mensili in più in busta paga che, in un anno, equivalgono a una mensilità in più di stipendio).
Nel provvedimento vi sono anche altri punti che, però, sicuramente, vengono percepiti come meno di appeal nell’opinione pubblica.
Per quanto riguarda le riforme istituzionali, Europa ha realizzato un articolo di approfondimento sulla riforma del Senato>> e qui c’è il testo di bozza di riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione (pdf)>>
Il PD nel corso degli anni non ha sempre fatto scelte felici e spesso si è trovato anche ad assumere decisioni difficili e invise alla maggior parte degli italiani, tanto che i dati elettorali ci hanno visto spesso in difficoltà, anche quando ci aspettavamo esiti diversi. Oggi, ci troviamo in una fase difficile, in cui c’è una distanza enorme tra i cittadini e la politica, tra l’operato delle istituzioni e il sentire comune e c’è un’esigenza forte di far recuperare credibilità alla politica, per non veder cedere il Paese sotto la spinta di pulsioni disfattiste e autoritarie.
Da sempre il centrosinistra ha un’immagine di “partito delle tasse” nell’opinione pubblica mentre a noi piacerebbe essere il partito che rimette in moto il Paese, il partito che riaccende il cambiamento di un’Italia troppo spesso bloccata a tutti i livelli, il partito del lavoro, il partito che riaccende il futuro. Rimettere il lavoro al centro delle politiche significa dare futuro al Paese.
Questo non è il governo esclusivamente di Matteo Renzi ma è il governo di tutto il PD, in quanto il Segretario Nazionale è diventato Presidente del Consiglio su decisione quasi unanime della Direzione Nazionale del Partito Democratico. Il PD in questo governo si gioca moltissimo e se fallisce questo tentativo sarà più difficile recuperare la fiducia dei cittadini. Questo dobbiamo saperlo prima di prestare il fianco a inutili strumentalizzazioni o di cercare la luna fingendo di non vedere una realtà drammatica che invece da anni è sotto ai nostri occhi o di rivendicare interessi di parte che spesso vanno a garantire i già garantiti.
Diana Comari, coordinatrice del Circolo PD Prato-Bicocca
Etichette:
contratti,
democrazia,
governo,
istituzioni,
lavoro,
partiti,
partito democratico,
pensioni,
politica,
precariato,
renzi
mercoledì 12 marzo 2014
La svolta buona
Sul sito del Partito Democratico sono disponibili tutti i materiali della presentazione del programma di governo di Renzi (video e slide)>>
Sul sito di Europa è spiegata la bozza di riforma del Senato>>
Sul sito di Europa è spiegata la bozza di riforma del Senato>>
Etichette:
governo,
lavoro,
partito democratico,
renzi,
spending review
domenica 23 febbraio 2014
Il nuovo governo e le giovani Ministre
Sul sito del Partito Democratico si può leggere la composizione del nuovo governo (qui la squadra completata dei sottosegretari) e il discorso del Presidente del Consiglio Renzi al Parlamento in cui sono emersi i primi punti per il programma.
A proposito del nuovo governo e delle giovani Ministre, in questi giorni in rete si sono lette affermazioni sessiste, volgari e offensive nei loro confronti. Se non stupisce che ciò, per quanto triste, possa avvenire ad opera di esponenti di altri partiti che si divertono a strumentalizzare ogni cosa pur di mettere in cattiva luce il PD, fa impressione notare come ciò avvenga anche ad opera degli stessi iscritti al PD. Fa impressione vedere come, nel 2014, delle giovani donne, magari più fortunate di altre per le opportunità che hanno avuto, vengono additate. Tutti possiamo avere perplessità sul fatto che figure giovani possano già ricoprire il ruolo di Ministro ma questo non giustifica né insulti né affermazioni sessiste. Senza contare che si è a lungo invocato il rinnovamento, l’esigenza di aprire alle giovani generazioni e a facce nuove e ora che lo si è fatto non si capisce il senso di alcune contestazioni. Per altro ricordiamo che con le primarie per la scelta dei candidati al Parlamento, sono stati eletti anche soggetti del tutto privi di esperienza all’interno delle istituzioni (giovani e non giovani) e negli anni precedenti abbiamo avuto illustri esempi di Ministri nominati perché “esperti” che non si può dire siano riusciti a fare il bene del Paese.
A tal proposito segnaliamo anche un’intervista a Maranna Madia in cui si parla di lavoro, precari, welfare e sostegni alle mamme lavoratrici.
Il sito di Europa riporta i profili di tutti i Ministri del nuovo governo>>
I Ministri del PD sono:
Maurizio Martina (già sottosegretario del Governo Letta e la cui presenza nel nuovo governo è stata chiesta quasi unanimemente per non disperedere l’importante lavoro avviato su Expo)
Andrea Orlando (era il responsabile giustizia della segreteria del Pd di Bersani, aveva anche avanzato delle proposte in materia di riforma della giustizia civile che avevano suscitato un ampio dibattito dentro e fuori dal PD). Forse a molti è sfuggito che al Ministero della Giustizia c'è una persona del PD e non un tecnico “amico dei Ligresti” o un uomo di Berlusconi e, dato che il governo si regge su una maggioranza composita e di difficile equilibrio, si tratta di un buon risultato.
Federica Mogherini (con alle spalle importanti presenze in organismi internazionali)
Marianna Madia (che dal 2008 ad oggi ha fatto esperienza, presentato proposte di legge e interrogazioni prevalentemente legate all’ambito del lavoro)
Roberta Pinotti
Maria Elena Boschi
Maria Carmela Lanzetta
Dario Franceschini
Il sito di Europa riporta i profili di tutti i Ministri del nuovo governo>>
I Ministri del PD sono:
Maurizio Martina (già sottosegretario del Governo Letta e la cui presenza nel nuovo governo è stata chiesta quasi unanimemente per non disperedere l’importante lavoro avviato su Expo)
Andrea Orlando (era il responsabile giustizia della segreteria del Pd di Bersani, aveva anche avanzato delle proposte in materia di riforma della giustizia civile che avevano suscitato un ampio dibattito dentro e fuori dal PD). Forse a molti è sfuggito che al Ministero della Giustizia c'è una persona del PD e non un tecnico “amico dei Ligresti” o un uomo di Berlusconi e, dato che il governo si regge su una maggioranza composita e di difficile equilibrio, si tratta di un buon risultato.
Federica Mogherini (con alle spalle importanti presenze in organismi internazionali)
Marianna Madia (che dal 2008 ad oggi ha fatto esperienza, presentato proposte di legge e interrogazioni prevalentemente legate all’ambito del lavoro)
Roberta Pinotti
Maria Elena Boschi
Maria Carmela Lanzetta
Dario Franceschini
Etichette:
governo,
madia,
ministre,
parlamento,
partito democratico,
renzi
sabato 22 febbraio 2014
Incontro con Mirabelli

Grazie alle tante persone che hanno preso parte al confronto che abbiamo avuto oggi pomeriggio con il senatore Franco Mirabelli e che hanno avuto modo di esporre i loro dubbi, le loro domande e di ottenere risposte.
Questo è il video della relazione introduttiva fatta oggi da Mirabelli:
Un incontro molto partecipato quello di oggi, in cui tanti hanno voluto intervenire per esprimere la propria opinione sulla fase che è in corso e per porre domande al senatore Mirabelli che, come tanti altri suoi colleghi, si è trovato nella difficile situazione di provare a far comprendere le ragioni di una scelta non semplice da digerire per una base del partito forse ancora troppo legata a schemi di un passato che non c’è più e che fatica ad orientarsi nel brusco cambiamento di stile e di velocità decisionale impresso dal nuovo Segretario del PD.
«Siamo dentro ad un passaggio politico molto complicato – ha esordito Mirabelli ad ogni incontro – e aspettiamo di vedere i risultati prima di esprimere giudizi troppo netti. È sbagliato ridurre tutta la vicenda di questi giorni all’aver “fatto fuori Letta”: indubbiamente Letta è stato trattato male ma ci sono delle ragioni politiche dietro al nuovo scenario che si è creato».
Secondo Mirabelli, ci trovavamo oramai in una situazione in cui si rischiava l’immobilismo: «Dobbiamo riconoscenza a Letta per gli 8 mesi di governo e gli dobbiamo anche qualche scusa ma non solo per l’ultima fase. Avremmo dovuto lavorare per valorizzare un po’ di più i risultati positivi che comunque almeno fino a dicembre il Governo Letta ha ottenuto e che oggi si trasferiscono sui numeri, come ad esempio il fatto che l’economia è tornata ad aumentare dopo 9 trimestri in cui scendeva, lo spread è stabile sotto i 200 punti; c’è un merito se ci sono 20 miliardi di giro d’affari prodotti dal decreto legge sul bonus ambientale, se è stato approvato un decreto che da qui al 2017 abolisce il finanziamento pubblico ai partiti. Questi sono risultati dell’azione del Governo Letta e vanno riconosciuti, mentre noi, invece, siamo stati un po’ timidi su queste cose». «Tuttavia, - ha spiegato Mirabelli - da un po’ di tempo la spinta propulsiva del governo si era fermata: dopo l’approvazione della Legge di Stabilità si è registrato un calo di consensi molto forte, lo dicevano i sondaggi ma anche le parti politiche e sociali. Una parte della maggioranza e anche una parte della società italiana aveva smesso di investire sul governo (si ricordino le critiche arrivate dai sindacati e da Confindustria)».
L’azione di governo nel rispondere alle esigenze dei cittadini italiani, dunque, era ritenuta troppo lenta e poco incisiva, per questo, secondo Mirabelli, tutti hanno ritenuto opportuno che si avviasse una nuova fase e tutti hanno chiesto l’impegno diretto del Segretario del PD, a cominciare dalla minoranza interna (che ha spinto affinché la Direzione Nazionale del partito anticipasse la discussione sul rapporto tra partito e governo e si arrivasse ad un chiarimento e ha votato il documento proposto dal Segretario) e sulla stessa linea si sono registrate le dichiarazioni di Alfano e di Scelta Civica.
Mirabelli ha ricordato, quindi, le ragioni per cui all’inizio della legislatura, in seguito al risultato elettorale con cui si è registrato che il 30% circa dei cittadini italiani non è andato a votare e il 25% dei cittadini italiani ha scelto di votare un partito antisistema, si era stati costretti a dare vita ad un governo di larghe intese presieduto da Letta: «C’è un problema democratico in questo Paese e, se noi non siamo capaci di fare le riforme in questa legislatura, il prossimo passaggio potrebbe essere molto pericoloso per la democrazia italiana. Oggi c’è un problema di credibilità della politica e di credibilità delle istituzioni. – ha sottolineato il senatore – e se tornassimo a votare anche con una legge elettorale diversa ma per lo stesso numero di parlamentari e ancora con il bicameralismo, la politica non avrebbe la credibilità che deve invece recuperare. Il problema non è il PD o Renzi, il problema è il Paese, la democrazia e le istituzioni di questo Paese. Se vogliamo ridare credibilità alla politica, abbiamo bisogno di fare delle riforme. Anche Letta, come Renzi oggi, non ha avuto l’investitura popolare, però siamo ancora in un Paese in cui il Presidente del Consiglio lo elegge il Parlamento. Sarebbe meglio avere elezioni in cui i cittadini scelgono chiaramente chi vogliono fare leader, però, sappiamo tutti che se si andasse a votare - in particolare adesso, dopo che c’è stata la sentenza della Corte Costituzionale - avremmo un sistema proporzionale che ci riconsegnerebbe un quadro di ingovernabilità e costringerebbe nuovamente alle larghe intese e, quindi, tutt’altro rispetto alla scelta di chi deve governare il Paese. Per questo, trovo assurda questa idea di andare a votare e di dire che in Italia non si vota mai: abbiamo votato un anno fa e i cittadini, se li si porta a votare una volta all’anno, si disaffezionano alla democrazia».
Questo è il quadro del percorso in cui si inserisce anche quest’ultimo passaggio: il governo Letta rischiava di rimanere imbrigliato e immobile e, quindi, di non riuscire più a portare a casa le riforme per le quali si era deciso di formarlo. Tornare al voto senza aver fatto le riforme promesse avrebbe significato la perdita di credibilità definitiva per la politica e, di fatto, si sarebbe consegnato il Paese alle forze antisistema e populiste. Per evitare tutto questo, per ridare forza alla spinta riformatrice di cui l’Italia ha bisogno, il PD ha compiuto la scelta più difficile e più rischiosa, che è quella di giocare tutto se stesso e il suo Segretario per dare vita ad un nuovo governo che avesse anche la capacità di cambiare i ritmi, di fare delle cose anche sulle questioni politiche e sociali per dare risposte ai cittadini e allo stesso tempo lanciare un messaggio di innovazione e cambiamento.
Questo è il senso dell’operazione che è stata fatta e ora, afferma il senatore Mirabelli, va sostenuto convintamente dal Partito Democratico: «Abbiamo bisogno di un partito che investa consapevolmente su questa fase, perché questa è l’ultima spiaggia non per noi del PD, ma per costruire un processo di riforme in grado di ridare credibilità alle istituzioni e senza le quali la democrazia italiana va in crisi. Matteo Renzi lo ha detto il giorno dopo essere stato eletto che questa è l’ultima occasione ma ce lo hanno detto anche tanti elettori delle primarie che o adesso si cambiava veramente oppure basta. Se ce lo dice il nostro popolo, se ce lo dicono quelli che vengono ancora a votare alle primarie, immaginiamoci che cosa pensano quelli che non vanno neanche più a votare alle elezioni! E, se questa è l’ultima spiaggia, allora, dobbiamo sapere che dobbiamo discutere del Paese, non di noi. Mi preoccupa il fatto che qualcuno, mentre aspettavamo la lista dei Ministri, ha cominciato a mettere in discussione il Segretario del partito, quasi che il partito fosse una cosa autoreferenziale che non c’entra. Il partito adesso si deve assumere a pieno questa responsabilità del governo: non dobbiamo discutere di noi ma dobbiamo discutere del Paese e di quello che possiamo fare per il Paese, anche confrontandoci tra idee diverse».
Tra i dubbi espressi dagli iscritti al PD presenti alle varie assemblee molti riguardavano la giovane età e la presunta inesperienza dei membri del nuovo governo (in particolare delle donne Ministro), altri contestavano il fatto che Renzi nominato premier potesse mantenere anche l’incarico di Segretario o peggio affidare il partito ad un reggente.
Nel rispondere Mirabelli ha sottolineato come «Renzi, per lo stile, risponde a una domanda di cambiamento e di rinnovamento della politica che c’è nel nostro Paese. Per anni abbiamo invocato il rinnovamento e le facce nuove e adesso abbiamo il governo più giovane della storia della Repubblica e va valorizzato, poi li si giudicherà dai risultati. Il fatto che ci siano 8 donne e 8 uomini è un dato importante: anche su questo, non possiamo fare per anni la battaglia perché siano riconosciute le pari opportunità e il valore che possono portare le donne dentro la politica e dentro al governo e poi, quando lo mettiamo in pratica, restiamo subalterni a ragionamenti inaccettabili che si sentono in giro sul fatto che le donne sono solo ornamentali. Ci sono le elezioni europee alle porte e, già in vista di quell’orizzonte, questo Governo dovrà fare delle cose perché bisogna dare dei messaggi forti di capacità di cambiare passo e di capacità di fare delle cose».
Contrario alla riapertura del dibattito sul Segretario, Mirabelli ha segnalato che «Stiamo ancora discutendo del PD. Non possiamo stare in un partito che vive in un congresso permanente: facciamo vedere agli italiani che discutiamo del Paese e non di noi. Il punto non è il PD ma che funzione abbiamo per il Paese. Oggi dobbiamo recuperare credibilità: i cittadini pensano che la politica sia distratta e non si occupi di loro; c’è poi un 25% che ha votato Grillo e che ritiene che tutto il sistema non vada bene e il sistema istituzionale e democratico del Paese è molto debole. Non possiamo fingere di trovarci in una fase di ordinaria amministrazione ma dobbiamo prendere coscienza del quadro il cui ci troviamo e il risultato elettorale avrebbe dovuto farci riflettere e farci cambiare il nostro modo di ragionare: siamo il terzo partito tra gli operai e i giovani non ci votano; in questo contesto una discussione tutta autoreferenziale non ha senso. Così come non ha senso proseguire la lotta tra ex democristiani ed ex comunisti: l’elezione di Renzi a Segretario del PD chiude definitivamente quella discussione, oggi serve confrontarsi sui contenuti indipendentemente dalla cultura di provenienza».
Mirabelli, infine ha evidenziato la necessità di fare lo sforzo di guardare a questa nuova situazione come un’opportunità per il Paese e di impegnare tutto il PD a sostenere l’azione di questo governo affinché si riescano a realizzare le tanto auspicate riforme e non di vivere il tutto come una cosa da sopportare. «Nei partiti si costruiscono i gruppi dirigenti e questi poi sono delegati a dirigere e si assumono le responsabilità delle decisioni prese, il documento proposto da Renzi alla Direzione Nazionale è stato votato da 136 persone e la discussione era stata sollecitata dalla minoranza, non si può far finta di non saperlo», ha replicato Mirabelli alla contestazione quasi unanime che è giunta sulla modalità in cui tutto si è velocemente discusso e deciso «senza consultare la base».
Un’opportunità, secondo Mirabelli, è anche l’ingresso del PD nel PSE: «E’ un fatto importante, che costruiamo da anni e che servirà a far diventare quel luogo la casa di tutti i progressisti europei. Con questa mossa il PD si colloca all’interno di un gruppo importante al Parlamento Europeo e ci presentiamo alle elezioni per la guida dell’Europa con un unico candidato che è Martin Schulz.
Oggi i partiti europei sono cambiati rispetto ad anni fa: il PPE è la casa dei conservatori e i progressisti stanno in prevalenza nel PSE, che non è più solo il partito dei socialisti ma al suo interno vi sono molte forze con culture diverse come è il PD».
Etichette:
bicocca,
franco mirabelli,
governo,
milano,
mirabelli,
partito democratico,
renzi
Iscriviti a:
Post (Atom)












